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Non c’è solo la tragedia greca, c’è anche la farsa italiana

«Evitata la catastrofe» ha detto Tsipras alla Tv greca. Il disastro sta invece arrivando. Esso viaggia con il pacchetto di misure previste dalla “Pace cartaginese” imposta dall’euro-dittatura. Misure antisociali e recessive che oggi il parlamento greco sarà chiamato a ratificare sotto dettatura. Intanto la maggioranza di governo non c’è più. Dalle ultime notizie sembra che ANEL (Greci Indipendenti) resterà fedele al primo ministro, mentre invece una trentina di deputati della sinistra di SYRIZA dovrebbero (anche se probabilmente in maniera frammentata) manifestare il proprio dissenso.

Una domanda a Paolo Ferrero

Nel novembre scorso, dibattendo con Ferrero, chi scrive gli ha posto una domanda: cosa farà Tsipras una volta arrivato al governo? Cambierà l’Europa (come dice la propaganda), si farà cambiare dall’Europa, o prenderà la strada (l’unica per noi efficace e realista) della rottura con l’UE? E cosa farà, soprattutto, una volta accertata (la per noi da sempre evidente) irriformabilità dell’Unione?
Evidentemente non si trattava di domande peregrine. Sono infatti bastati pochi mesi per arrivare al redde rationem. L’Europa non si fa cambiare da Tsipras: per noi una non-notizia, ma è giusto ricordare che questa era la tesi degli tsiprioti d’Italia fino a qualche giorno fa.
Arrivati al dunque l’alternativa si è posta in modo secco: o mettere al primo posto la permanenza nell’eurozona, accettandone tutte le ovvie conseguenze, o intraprendere la strada della rottura e della sovranità nazionale. Tsipras ha scelto la prima possibilità, quella del suicidio politico. Ferrero è ancora della stessa opinione? Pensa ancora che l’UE possa essere riformata? A giudicare da quel che scrive sembrerebbe proprio di sì.
Naturalmente Ferrero non è solo, né in Italia, né nel resto della sinistra europea. Anzi c’è perfino chi fa di peggio, a dimostrazione di quanto la malattia sia diffusa quanto perniciosa. Prendiamo il caso di Pierre Laurent. Caso patetico, senza dubbio, ma non lo abbiano eletto noi segretario del Partito Comunista Francese e Presidente del Partito della Sinistra Europea. Leggiamo: «Se è stato firmato un accordo, è grazie al coraggio del primo ministro greco. Per la prima volta, un capo di governo ha avuto il coraggio di affrontare le potenze dominanti che pensano che tutto gli è permesso in Europa». Che dire? Un commento degno di un marziano privo di connessione internet.
Ma il pittoresco Laurent ci è comunque utile. Perché una simile scissione dalla realtà dovrà pure avere una ragione ben profonda. Ragione da indagare per affrontare la patologia. Viceversa possiamo tranquillamente prevedere l’esito letale di una simile degenerazione.

A quel punto, al disastro economico e sociale per i greci, si aggiungerà il disastro politico di Tsipras: inevitabile una crisi di governo, la spaccatura del suo partito, l’alleanza con i vecchi nemici (Pasok, Nuova Democrazia, Potami) del fronte dell’austerità. Esattamente i partiti che per anni hanno servito fedelmente la Troika. Quella che si riteneva che Tsipras avesse cacciato. Mentre oggi, con gli accordi di lunedì mattina, si ripresenta con il volto ancora più violento di una vera Super-Troika.

La sconfitta di SYRIZA non poteva essere più rovinosa. E dovrebbe imporre una profonda riflessione. Specie in un paese come l’Italia, dove i vari spezzoni della sinistra arcobalenica si erano riuniti – giusto un anno fa, alle elezioni europee – proprio sotto il nome di Tsipras. C’è qualche segno di questa riflessione? Vediamo.
Mentre un ex Pd come Fassina prende le distanze, dichiarando di sperare in un NO del parlamento di Atene al nuovo Memorandum, le sparse truppe arcobaleniche appaiono in confusione totale.
Abbiamo letto vari commenti provenienti da quel mondo, in particolare dal Prc e da l’Altra Europa, mentre dalle parti degli euro-federalisti di Sel ci si mantiene opportunisticamente più silenti. Cosa ci dicono costoro? Ci dicono che è tutto un problema di rapporti di forza. Accidenti: e che ci voleva questo caldo estivo per scoprire che la politica è fatta anche – ed in qualche passaggio, soprattutto – di rapporti di forza?
Prendiamo come assolutamente rappresentativa questa frase di Paolo Ferrero: «Voglio esprimere il mio appoggio a Tsipras perché penso che il brutto testo che ha firmato risponda sostanzialmente ai rapporti di forza che ci sono a livello europeo».
Eh già, i “rapporti di forza”. Ma che prima non si conoscevano? E su questa base, perché non giustificare i precedenti Gauleiter greci, che rispondono ai nomi di Laukas Papademos ed Antonis Samaras? Anche loro avevano rapporti di forza sfavorevoli. Di più, così ragionando potremmo “assolvere” anche Renzi. A parole, anche lui ci ha provato ad uscire dall’austerità… ma i rapporti di forza…

Ideologia contro razionalità

Chi ci segue sa che in questi mesi non siamo mai stati tra quelli che si dilettavano a sparare ad alzo zero ad ogni mossa del governo greco. Eppure i motivi non sarebbero mancati. Invece, abbiamo sempre fatto le nostre critiche in maniera non pregiudiziale. Questo per due motivi: per il dovuto rispetto ad una forza che aveva comunque saputo portare al governo le ragioni del no all’austerità, per la consapevolezza delle difficoltà oggettive insite nella situazione greca.

Nei mesi passati, abbiamo sempre denunciato i pericoli dell’ideologia eurista della maggioranza di Syriza. Tuttavia, abbiamo sempre cercato di svolgere un ragionamento basato sulla razionalità politica. Su quali punti si basasse questo ragionamento è presto detto: 1. Non essendo per nulla riformabile, l’Europa niente concederà a Tsipras. 2. Si porrà dunque ben presto l’alternativa tra il piegare la testa e il voltare le spalle all’UE. 3. E’ vero che Tsipras vede come il male assoluto l’uscita dall’eurozona, ma dovrà pensarci due volte visto che l’alternativa alla rottura sarà una capitolazione che ne determinerà una rovinosa sconfitta politica, di quelle che restano scritte alla voce “vergogna nazionale” nei libri di storia.
Dunque, ideologia contro razionalità. E a favore della razionalità hanno scritto in questi giorni tanti economisti, appartenenti a diverse scuole di pensiero. Ma anche questo non è servito: alla fine ha vinto l’ideologia. E forse ancor più di un’ideologia ha vinto una religione: quella che ha un solo Dio, l’euro, anche se nessuno sa spiegarci il perché. Le religioni – quelle “laiche” spesso ancor di più – funzionano così.
Questa religione ha finora impedito un dibattito davvero razionale. A me pare che i nostri ragionamenti fossero più che fondati. I fatti, semmai, si sono incaricati di mostrare la realtà – quella dell’euro-dittatura a guida tedesca – in termini ancora più crudi di quanto fosse immaginabile. Ma non siamo stati certo i soli ad indicare la via della rottura e dell’uscita dall’Eurozona. Altri, non sospettabili di pregiudizi anti-euro, hanno scritto cose assai precise sulla strada che il governo greco avrebbe dovuto seguire.
Prendiamo il caso di Joseph Stiglitz. Stiglitz dice due cose, sul debito e la moneta. Secondo il Premio Nobel 2011 «Non c’è alcuna possibilità di fare passi avanti verso il risanamento del debito, se prima non c’è una ripresa economica. Allo stesso tempo, non ci può essere una ripresa economica senza un ripristino della sostenibilità del debito». La conseguenza è che la Grecia avrebbe dovuto iniziare a tagliare vigorosamente il debito. (Parentesi: Tsipras afferma che nell’accordo capestro di Bruxelles vi sarebbe la ristrutturazione del debito. Peccato che non sia assolutamente vero).
Stiglitz dice però anche un’altra cosa: non solo che la ristrutturazione del debito dovrebbe essere più forte di quella già realizzata nel 2012 (traduzione: anche il 30% ipotizzato dal FMI sarebbe insufficiente), ma che – e qui il raffronto è con l’Argentina – per essere davvero efficace in termini di ripresa economica, il taglio del debito dovrebbe accompagnarsi ad una necessaria svalutazione monetaria. Ecco che rincontriamo – ma guarda un po’ – la questione dell’euro. Quella che per gli tsiprioti d’Italia è un vero tabù.
Detto questo, a chi scrive (sbagliando) sembrava quasi impossibile che un gruppo dirigente giunto al governo con un così largo consenso, in un passaggio storico decisivo per il proprio paese, con la simpatia di tanta parte dell’opinione pubblica europea, scegliesse la via del suicidio. Perché di questo si tratta, e chi vivrà vedrà. Ho scritto che “sembrava quasi”, sia perché la linea scelta da Tsipras non convinceva, sia perché l’esperienza insegna come possano suicidarsi anche gruppi dirigenti ben più potenti (vedi, per esempio, il caso dell’Urss 1989-1991). Restava la speranza che la razionalità prevalesse sull’ideologia. Ma così non è stato.

E ora?

Ora non ci facciamo nessuna illusione. Tuttavia l’Europa ha calato la maschera, rivelandosi per il mostro che abbiamo sempre denunciato. Vogliamo iniziare la lotta per liberarsene o continuare la manfrina sulla riforma del mostro?
La domanda è semplice, la risposta decisiva. Sappiamo che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ma i fatti hanno la testa dura, e vedremo.
Per ora non c’è alcun segno di ravvedimento. Anzi, ci sono segnali di una nuova involuzione. Quella che porta ad invocare l’Europa federale, il super-mostro degli Stati Uniti d’Europa.
Se questo sarà l’indirizzo dovremo essere chiari: costoro vanno serenamente lasciati alla pattumiera della storia. Solo chi si libererà dall’ideologia eurista, capendo la giustezza e la forza potenziale di una linea sovranista che sappia unire la questione di classe con quella nazionale, sarà davvero in campo. Per lottare contro l’euro-dittatura e preparare l’alternativa.

P.S.

(Versailles e colonnelli)

Il nostro giudizio sulle scelte di Tsipras è troppo duro? Bene, chi lo crede può sempre leggere le ultime dichiarazioni di Varoufakis, che fino a pochi giorni fa era l’altro eroe degli tsiprioti d’Italia. L’ex ministro delle Finanze parla dell’accordo come di un “nuovo trattato di Versailles”, quello che impose condizioni insostenibili alla Germania, favorendo di fatto la successiva ascesa del nazismo.
Non solo. Varoufakis parla di: «Una “resa della Grecia” che accetta di diventare “vassallo dell’Eurogruppo”. Una totale “umiliazione” del Paese e un “completo annullamento della sovranità nazionale”. Così l’ex ministro delle Finanze rincara la dose di polemiche verso Tsipras, con toni sempre più aspri e paragonando quanto imposto dall’Eurosummit ad Atene al “golpe dei colonnelli” in Grecia del 1967». (da la Repubblica)
Ancora non basta?
Leonardo Mazzei
Fonte: http://sollevazione.blogspot.it/2015/07/tsiprioti-d-italia-di-leonardo-mazzei.html
Tomás Hirsch e Guillermo Sullings al Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, in Argentina
Tomás Hirsch e Guillermo Sullings al Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, in Argentina

Tomás Hirsch e Guillermo Sullings al Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, in Argentina

Aspettando l’arrivo di Guillermo Sullings, che tra il 12 Novembre e il 19 Novembre presenterà l’edizione italiana del suo libro “Oltre il Capitalismo Economia Mista”, pubblico questa sua intervista che ci riguarda molto da vicino.

Pubblicato su Pressenza.com

Vista dall’Europa, la crisi pare globale e il futuro oscuro, ma a livello mondiale le cose sono davvero così? Ci sono paesi, se non interi continenti, che vivono in una situazione differente, animati da un certo ottimismo e possono offrire esperienze alternative, punti di vista e motivi di speranza? Il Sudamerica potrebbe essere un esempio in questo senso. Ne parliamo con Guillermo Sullings, economista del Partito Umanista argentino e con Tomás Hirsch, portavoce umanista e vicepresidente del Partito Umanista cileno (nella foto, nel Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, in Argentina), le cui risposte verranno pubblicate nella seconda parte di questa intervista.

A tuo parere la percezione generalizzata di una crisi globale che si ha in Europa è corretta, o in Sudamerica la situazione si vive in un altro modo e i processi sono incoraggianti?

Guillermo Sullings: Se parliamo di economia, certamente la crisi finanziaria internazionale esplosa nel 2008 ha avuto un impatto globale, come conseguenza del peso relativo che hanno nel mondo le economie degli Stati Uniti e dell’Europa.

Nel caso del Sudamerica però questo impatto è stato relativamente minore, grazie alle politiche economiche portate avanti da alcuni dei suoi governi. La nostra regione aveva già subito negli anni Novanta le conseguenze del neoliberismo, con alti indici di disoccupazione, indebitamento e distruzione delle industrie nazionali; dall’inizio del decennio passato le popolazioni hanno così cominciato ad appoggiare con il loro voto governi più progressisti. Potremmo dire che il denominatore comune di questi governi è stata la sincera preoccupazione di migliorare la qualità della vita delle popolazioni e una maggiore indipendenza dai centri del potere internazionale. Ogni  paese ha avuto esperienze molto diverse, a seconda delle sue idiosincrasie, delle sue risorse e dei suoi condizionamenti. Le politiche economiche sono state abbastanza eclettiche ed eterodosse, prendendo elementi del socialismo, del cooperativismo, della teoria keynesiana e di quella dello sviluppo. Tutto questo ha convissuto con enclavi neoliberiste che non si è riusciti a trasformare.

Però al di là dei limiti e degli errori, il solo fatto che i governi abbiamo smesso di essere dei burattini del potere economico ha significato un sostanziale miglioramento della situazione dei popoli.  L’elemento più incoraggiante di questo processo è stato il desiderio di cambiamento delle popolazioni e la ribellione al pensiero unico del sistema neoliberista, installato nell’opinione pubblica attraverso i mezzi d’informazione.

Ora la sfida è fare un salto in avanti per evitare di retrocedere, giacché ci sono ancora settori della popolazione che credono al neoliberismo, i poteri che cercano di condizionare i governi sono ancora forti e gli errori e i limiti degli attuali governanti potrebbero essere utilizzati per influenzare l’elettorato.

Paragonando il processo sudamericano con quello europeo e tenendo conto delle differenze, visto che nonostante la crisi l’economia europea è comunque più sviluppata, mi sembra che l’eurozona sia fin troppo legata all’ortodossia, così che recuperare i posti di lavoro perduti le sarà più difficile. Spero che anche là i popoli si ribellino al neoliberismo presentato come l’unica verità.

Puoi citare elementi politici, sociali ed economici in diversi paesi sudamericani, magari “oscurati” dai mezzi d’informazione tradizionali, che mostrano una direzione differente dalla privatizzazione selvaggia e dalla cancellazione dei diritti a cui l’Europa sembra avviata? 

G. S.: In Sudamerica c’è sempre stata una grande povertà e una profonda disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza; in questi anni si sono registrati notevoli progressi per ridurre entrambi gli indicatori, sia con la creazione di posti di lavoro che con l’avvio di politiche sociali. Nell’ultimo decennio il Brasile ha ridotto la povertà di un 35 % mediante i suoi programmi sociali, uniti all’urbanizzazione e all’universalizzazione dell’istruzione. In Argentina a partire dalla crisi del 2001 si sono creati quasi 6 milioni di posti di lavoro e i settori più poveri ricevono sussidi per ogni figlio.  In Venezuela, Ecuador e Bolivia buona parte delle entrate derivanti dal petrolio e dal gas vengono usate per venire incontro ai bisogni della popolazione.

In vari paesi molte risorse strategiche privatizzate in precedenza sono state recuperate dallo Stato, così come vari servizi. Lo Stato ha così ripreso il suo vero ruolo, vegliando sugli interessi della popolazione, anche se certamente deve migliorare ancora molto, aumentando la sua efficienza, riducendo la corruzione e approfondendo le trasformazioni strutturali ancora da completare. Ritengo un errore identificare i cambiamenti in Sudamerica con determinati leaders politici, per alcuni aspetti discutibili; credo piuttosto che sia da valorizzare l’intenzione di cambiamento mostrata dalle società.

Non mi riferisco solo agli aspetti politici ed economici, visto che ci sono stati progressi anche riguardo ai diritti civili delle minoranze, alla sanità e all’istruzione pubbliche.

L’insistenza dei mezzi di informazione sulla brutale violenza in Medio Oriente e in altre parti del mondo crea nella gente comune un senso di orrore e impotenza e favorisce l’appoggio ai bombardamenti e agli interventi militari, presentati come l’unica soluzione. La maggiore distanza geografica del Sudamerica rispetto agli scenari di molti conflitti permette un atteggiamento diverso?

G.S.: Credo che in buona parte della popolazione della regione ci sia una visione più critica delle politiche degli Stati Uniti e della Nato in Medio Oriente, non tanto per la distanza, quanto per la sfiducia nella visione di questi conflitti presentata dai grandi mezzi internazionali. Inoltre non si crede alla versione hollywoodiana che presenta gli Stati Uniti come i grandi giustizieri internazionali.

Ovviamente la criminale crudeltà dell’ISIS suscita reazioni di rifiuto generalizzato e la sensazione che sia necessario fare qualcosa perché tutto questo finisca, però allo stesso tempo si guarda con sfiducia agli interventi militari stranieri, sapendo che sono stati proprio loro a creare le condizioni per il sorgere dei gruppi che ora combattono.  Succede la stessa cosa rispetto al conflitto tra palestinesi e israeliani; da una parte si condannano gli attacchi di Israele alla Striscia di Gaza, che causano la morte di migliaia di persone, tra cui moltissimi bambini, ma dall’altra si riconosce la responsabilità dell’intransigenza di Hamas.

Direi quindi che in Sudamerica ci sono varie posizioni riguardo a questi temi, forse grazie al fatto che si ascoltano diverse campane e non un’unica versione fornita dai mezzi di informazione dominanti.  Alcuni ci credono ancora e continuano a considerare le forze della Nato i salvatori dell’umanità dalla minaccia dei cattivi, che ora sono i mussulmani, come in altri tempi sono stati i comunisti.  Ci sono anche quelli che si pongono all’estremo opposto, considerando buono tutto ciò che si oppone agli Stati Uniti e a volte finiscono per appoggiare o giustificare l’esistenza di dittature sanguinarie o gruppi terroristici criminali. E infine c’è chi comprende che si tratta di problemi complessi e non si può avere un unico sguardo. In generale però c’è una maggiore diversità di opinioni riguardo a questi temi.

Vedi qualche progresso in Sudamerica per contrastare a livello legislativo il problema della concentrazione dei mass-media e la manipolazione da essi esercitata, favorendo un’informazione più libera e pluralista?

G.S.: In Sudamerica la reazione dei mezzi di informazione contro le politiche di vari governi progressisti è assai nota. Personalmente ho potuto osservare, sia in Argentina, dove vivo, che in Venezuela, Bolivia e Ecuador quando li ho visitati, gli assalti furiosi, a volte grotteschi e altre più sottili, dei mezzi di informazione che si auto-definivano “indipendenti”. La manipolazione mediatica è stata così evidente e i legami dei mezzi di informazione con i poteri economici così ovvi, che buona parte della popolazione si è resa conto delle loro manovre.

Purtroppo un’altra parte della gente ha creduto, o ha voluto credere alla versione mediatica; la polarizzazione delle opinioni ha portato in alcuni casi a profonde divisioni nella società, che a volte sono arrivate perfino all’interno delle famiglie.  Contrariamente a quello che sostiene la versione mediatica, però, questa divisione sociale non è stata fomentata dai governi, ma dai mezzi d‘informazione dominanti. Da una parte tutto questo è deplorevole, giacché è difficile avanzare in società tanto divise, ma dall’altra è positivo che sia caduta la maschera dei mezzi d’informazione in teoria indipendenti e obiettivi, svelando con chiarezza i loro veri interessi legati al potere economico.

Di fronte a questa situazione i governi hanno preso misure diverse, con risultati diversi; in alcuni casi si è puntato a punire le menzogne e la manipolazione mediatica e sebbene questo fosse giustificato, a volte si è generato l’effetto contrario. I mezzi d’informazione si sono infatti presentati come vittime e hanno fatto appello ai mass-media internazionali per mostrare un’immagine repressiva e intollerante dei governanti. Nel caso particolare dell’Argentina, la legge sui mezzi d’informazione è passata già da cinque anni; si tratta di una legge anti-monopolista a cui il monopolio del Gruppo Clarín ha opposto una feroce resistenza, tanto che continua a presentare appelli per rinviarne l’applicazione concreta.

E’ un tema complesso: di fronte al potere dei mezzi privati, i governi reagiscono a volte con misure dirette (che vengono presentate come repressive) e a volte potenziando i mezzi pubblici, che ovviamente sono altrettanto di parte, ma in senso opposto. Almeno però si cominciano ad ascoltare varie campane e questo favorisce la diversità di opinione.

Direi che nella nostra regione si è riusciti a rompere con la versione unica data dai mezzi d’informazione privati e che non si crede più alla loro indipendenza. Manca ancora molto però perché si possano ascoltare tutte le voci: la diffusione di un’opinione dipende infatti dai soldi e oggi solo gli Stati o i gruppi economici dispongono di fondi sufficienti a gestire i grandi mezzi di comunicazione

Vedi dei progressi nella situazione dei popoli originari, nell’uguaglianza dei diritti, nella parità di genere, nel superamento della povertà estrema e dell’analfabetismo che hanno caratterizzato per decenni le regioni del Sud del mondo?

G.S.: Senza dubbio ci sono stati grandi progressi in paesi come la Bolivia e l’Ecuador, in cui i popoli originari costituiscono la maggioranza degli abitanti. E certamente quando parliamo di miglioramenti generalizzati nelle condizioni di vita della popolazione e di riduzione della povertà, questo include i popoli originari, che hanno sempre fatto parte della frangia più sfavorita.

Tuttavia non tutti i governi della regione, compresi quelli progressisti, hanno affrontato questo tema nello stesso modo. In alcuni casi, sebbene la crescita economica abbia coinciso con una migliore distribuzione della ricchezza, dobbiamo anche dire che spesso tale crescita si è basata sull’estrazione di materie prime; questo non solo danneggia l’ecosistema, ma a volte ha anche generato conflitti con i popoli originari, i cui diritti sulla terra sono stati calpestati. A volte ha prevalso l’interesse dei popoli originari e altre quello delle imprese che sfruttavano le risorse, o semplicemente la necessità di fare cassa dei governi.  Il tema è complesso perché le società sono complesse; non si deve nemmeno pensare che ogni richiesta di un popolo originario sia automaticamente giusta. Come abbiamo già detto, i governi progressisti sudamericani hanno varie questioni in sospeso da risolvere, tra cui il modello di crescita basato sul consumismo. A grandi linee comunque possiamo dire che in Sudamerica ci sono stati molti progressi rispetto ai diritti dei popoli originari.

Riguardo ai diritti delle minoranze in generale, credo che ci siano stati parecchi progressi; in particolare in Argentina, dove vivo, sono state varate molte buone leggi sull’uguaglianza di genere, la diversità sessuale e contro la discriminazione. La recente approvazione del matrimonio egualitario, che conferisce gli stessi diritti ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, pone la nostra società all’avanguardia in questo senso.

Si è avanzato molto anche rispetto alla povertà estrema e all’analfabetismo, con programmi e campagne specifici destinati a ridurre in modo drastico questi indicatori. Tuttavia, come ultima riflessione personale, credo che riguardo alla povertà vada benissimo che i governi progressisti diano sussidi ai meno abbienti, ma che il prossimo passo dovrebbe essere lavorare perché lo sviluppo stesso dell’economia si occupi di coinvolgere anche gli esclusi. A tal fine è necessario riformulare in profondità il sistema economico capitalista e non limitarsi a compensare i suoi effetti negativi.

Guillermo Sullings Tucuman
Guillermo Sullings Tucuman

Guillermo Sullings a Tucuman

Articolo pubblicato su Pressenza.com

Il libro di Guillermo Sullings “Oltre il capitalismo: economia mista” è stato appena pubblicato in italiano e l’autore ha in programma un giro di presentazioni in Italia nel mese di novembreUna buona occasione per parlare con lui dei temi del libro e non solo….

Guillermo, questo libro esce in italiano vari anni dopo la sua pubblicazione originale in spagnolo.  Qual è la tua sensazione al riguardo con il passare del tempo?

La prima edizione in spagnolo risale a metà del 2000, casualmente un momento di transizione verso un cambiamento di millennio, che ha poi portato con sé molti eventi di destabilizzazione a livello mondiale. Visto in retrospettiva, oggi potrei dire che durante gli ultimi anni non solo i temi trattati sono ancora molto attuali, ma che hanno anche assunto maggiore rilevanza e visibilità per le società e sono stati analizzati da numerosi specialisti. Se prescindiamo da alcuni riferimenti e dati legati all’epoca e al luogo in cui è stato scritto il libro, che ovviamente sono andati cambiando con il passare del tempo, i temi principali sono ancora attuali e le sfide rispetto a ciò che bisogna  trasformare nell’economia sono ogni giorno più urgenti.

Credo che in questi anni in molti paesi le società abbiano iniziato a comprendere che il capitalismo selvaggio neoliberista ci sta portando al disastro. In altri paesi, che già avevano abbandonato l’opzione neoliberista, si stanno evidenziando i limiti delle politiche economiche meramente progressiste. Per questo mi pare che sia un buon momento per potenziare di nuovo con forza i temi principali dell’Economia Mista.

Potresti sintetizzare questi temi?

Per dare un maggiore contesto al lettore non specialista, nel libro vengono analizzati i differenti sistemi economici esistenti e si trattano temi fondamentali come il concetto di proprietà, il lavoro,  il consumo, gli investimenti, le finanze, le politiche fiscali, i prezzi e altri argomenti rilevanti per qualsiasi analisi economica. Se però vogliamo riferirci alle proposte centrali io direi che queste sono il concetto di uno Stato Coordinatore, quello di una banca statale senza interessi, la partecipazione dei lavoratori ai guadagni e alla proprietà delle imprese, la riformulazione integrale della politica fiscale e un nuovo paradigma di crescita e consumo.  Non è facile sintetizzare tutti questi temi, ma cercherò di ampliare un poco i concetti.

Quando parliamo di uno Stato Coordinatore cerchiamo di spiegare che sono fallite sia l’opzione socialista di uno Stato che centralizza il controllo di tutta l’economia, sia la visione liberista di uno Stato passivo che lascia i mercati liberi di agire. Davanti a questa polarizzazione ideologica e all’abisso esistente tra la microeconomia e la macroeconomia, è necessaria un’integrazione sinergica tra il pubblico e il privato, sviluppando strumenti di politica economica mista che aiutino a coordinare la realizzazione di obiettivi sostenibili di investimento e consumo. Per questo c’è bisogno di uno Stato basato su una Democrazia Reale, non su di una dittatura e neanche su una democrazia formale al servizio dei potenti.

Quando parliamo di una banca statale senza interessi, stiamo parlando di adottare il concetto che il denaro è un bene pubblico e che come per gli spazi pubblici, la sua circolazione non può essere monopolizzata e manipolata dagli speculatori. Dunque bisogna dirlo chiaro e tondo: la gestione delle finanze va trasferirsi alla Banca Pubblica, mentre si va diluendo e smantellando il potere della Banca Privata.

Rispetto alla partecipazione dei lavoratori ai guadagni e alla proprietà delle imprese, non stiamo parlando di espropriazioni o cose del genere. Stiamo parlando di un nuovo concetto riguardo alla retribuzione dei lavoratori, che non si limiti solo a un salario, ma che accompagni l’evoluzione dei profitti imprenditoriali in una proporzione ragionevole. Nella misura  in cui reinvestono questi profitti in capitale di lavoro, i lavoratori diventano proprietari nella stessa proporzione, con la corrispondente incidenza nelle decisioni da prendere.

In quanto alla riformulazione delle politiche fiscali, parliamo della necessità di garantire che si possa investire in campi importanti come la sanità, l’istruzione, le infrastrutture e altri in cui lo Stato non può essere assente, o che può delegare al settore privato. Parliamo però anche della possibilità che lo Stato finanzi progetti produttivi che tendano allo sviluppo sostenibile e al pieno impiego. Spieghiamo inoltre che è necessario forzare attraverso la politica fiscale il reinvestimento produttivo dei profitti dell’impresa, impedendo che alimentino la speculazione e l’usura della banca privata.

Riguardo a un nuovo paradigma di crescita e consumo, parliamo di invertire l’attuale tendenza del consumismo irrazionale, basata sull’idea di una crescita illimitata. Si sa che se si volesse estendere a tutti gli abitanti del mondo il modello attuale di consumo dei paesi più sviluppati, sarebbero necessari oltre cinque pianeti. Questa tendenza dunque ci porta necessariamente al collasso ecologico e sociale.

Il tuo è un libro per “non specialisti”, eppure il tema economico sembra ancora riservato agli “specialisti”; il tuo libro potrebbe servire a restituire l’economia al cittadino comune?

Io cerco sempre di spiegare le cose perché le capiscano tutti e credo che sia possibile farlo, almeno quando si parla di politiche economiche. Se però vogliamo toccare temi più tecnici, abbiamo bisogno di un linguaggio più specializzato e anche di altri specialisti in grado di spiegarci le complessità intrinseche di alcune operazioni finanziarie o dei cicli produttivi. Tutto questo però non è indispensabile per comprendere i temi generali e la direzione che le cose dovrebbero prendere. E quando qualche economista pretende di spiegarci con complesse formule matematiche che è impossibile risolvere la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o prescindere dalla speculazione finanziaria ….. mm, questo mi puzza. Può avere tutti i titoli accademici del mondo, ma sappiamo già per chi lavora e questo lo scredita.

Ma soprattutto credo che sia necessario parlare in modo semplice perché le nostre proposte non sono destinate agli  economisti e ai politici complici del potere finanziario internazionale; possono anche capirci, infatti, ma non muoveranno un dito per cambiare le cose. Chi ci deve comprendere è la gente comune, sono quelli colpiti dal sistema, perché vedano che c’è una luce alla fine del tunnel.

Già prima del tuo libro gli umanisti hanno realizzato studi sulla validità di forme di economia mista nella società attuale: come si sta sviluppando questo tema? C’è qualche progresso?

C’è molta gente che si è messa ad approfondire alcuni aspetti dell’economia in totale sintonia con le proposte enunciate nel libro. Molte sono imprese cooperative o con partecipazione dei lavoratori. I risultati sono diversi, giacché l’amministrazione di una’impresa richiede un cambiamento culturale perché le trasformazioni funzionino. Non capire questo può causare trasformazioni inefficienti.

Ci sono comunque esperienze interessanti. Per definizione l’Economia Mista richiede la partecipazione dello Stato, cosicché ciò che si può fare come espressione della volontà di persone isolate è molto interessante, ma limitato. Direi però che in vari paesi alcuni governi progressisti  (non perché abbiano letto il mio libro, ma forse per una sintonia storica), hanno fatto passi avanti alla ricerca di questa integrazione tra pubblico e privato. I risultati sono stati diversi e incompleti,  giacché non si sono trasformate le strutture di base del sistema, ma prima o poi un governo deciso a cambiare l’economia a favore del suo popolo si troverà nella necessità di orientarsi verso un’Economia Mista.

Nella tua attività sociale hai sviluppato iniziative di economia di base; puoi raccontarci quelle che consideri più significative?

In realtà sono state esperienze molto di base, realizzate in Argentina all’inizio dello scorso decennio, in mezzo a una grande crisi con alti indici di disoccupazione. Abbiamo qualificato gruppi  di disoccupati perché potessero trovare un’attività lavorativa e portarla avanti in forma cooperativa. Si trattava di seminari per imprenditori, in cui dedicavamo gran parte del tempo a  trovare l’attività possibile per ogni gruppo,  scartando false credenze o progetti poco realistici, fino ad arrivare a ciò che era realmente fattibile. In una seconda tappa, li formavano riguardo all’amministrazione di base di un’impresa e in una terza seguivamo ciò che veniva messo in moto. I risultati sono stati diversi, ma tutti abbiamo imparato molto da questa esperienza.

Pare di vedere un movimento internazionale e convergente di studio e di azione per costruire una nuova economia al servizio dell’essere umano: quali sono a tuo parere le correnti e le proposte più interessanti e affini all’Umanesimo Universalista?

Mi pare che dobbiamo distinguere ciò che potremmo definire una nuova sensibilità, direzioni convergenti e visioni più progressiste della realtà dalle vere e proprie proposte di trasformazione. Nel primo caso credo che negli ultimi anni sia cresciuta una visione critica del neoliberismo; c’è molta convergenza nella diagnosi della situazione, nell’indicazione delle responsabilità delle democrazie formali e della banca privata e nella descrizione generale della società in cui ci piacerebbe vivere.

In questo senso credo ci sia stata innanzitutto in vari paesi dell’America Latina, come reazione al saccheggio  provocato dalle politiche neoliberiste degli anni Novanta, una corrente di governi progressisti che hanno cercato delle alternative. Al di là dei loro successi ed errori, questo dimostra che le popolazioni vogliono vivere in un altro modo. Poi, soprattutto a partire dalla crisi mondiale scoppiata nel 2008, sono emersi in diversi paesi movimenti sociali guidati dai giovani, che hanno messo in discussione il sistema economico e politico e che corrispondono quindi a uno sguardo e una sensibilità convergente con quelli dell’Umanesimo Universalista.

Per quanto riguarda gli economisti, i critici del neoliberismo oggi non si trovano solo tra quelli di sinistra; all’interno del cuore stesso del sistema, accademici di prestigio come Joseph Stiglitz, Paul Krugman, Jeffrey Sachs, Thomas Piketty  e altri criticano in profondità temi centrali come  il funzionamento del settore finanziario e la distribuzione dei redditi. Autori come Serge Latouche e Manfred Max Neef mettono in discussione anche gli aspetti di sostenibilità della crescita, inserendo la questione ecologica nella visione economica. E da molti anni Muhammad Yunus sta dimostrando nei fatti che un altro tipo di banca è possibile.

Credo pertanto che sempre più gente concordi con la necessità di cambiare il sistema economico, ma bisogna avanzare ancora molto perché questa vocazione di cambiamento riesca a trasformare il mondo. A livello di studiosi, ci sono molte analisi e diagnosi, ma quando si arriva alle proposte concrete spesso si naufraga nel riformismo, alcune volte si pecca di ingenuità e altre ci si limita ad enunciare delle aspirazioni. Riguardo ai movimenti sociali, la sfida sarà senz’altro applicare il loro  potenziale nel campo delle trasformazioni politiche, se davvero si vuole passare dalla protesta alla presa di decisioni.

Molti sostengono che l’economia mondiale stia per crollare. Sei d’accordo con questa affermazione? Quali potrebbero essere i segnali di questo crollo?

In realtà stiamo già vivendo la prima parte di questo crollo; l’impatto della crisi finanziaria del 2008 si sente ancora e in vari paesi ancora non si sa come si uscirà dalla recessione e dalla disoccupazione. Non ci dimentichiamo che questa crisi, generata dallo scoppio di una gigantesca bolla speculativa, ha avuto dei precedenti in varie bolle esplose negli ultimi vent’anni. Insomma la tendenza a esplosioni ogni volta più gravi e frequenti è evidente. Se analizziamo alcune delle variabili più importanti di questa economia globale, possiamo osservare varie tendenze più o meno vicine al loro punto di saturazione e pertanto inclini a provocare dei crolli. Alcune sono  causate dalla speculazione finanziaria; la crescente concentrazione della ricchezza nelle sue mani ha  come contrapartita il crescente e ormai insostenibile livello di indebitamento di paesi, imprese e persone.

Un’altra tendenza ha a che vedere con l’iniqua distribuzione della ricchezza nel mondo; questa favorisce la concentrazione del capitale finanziario speculativo e inoltre genera conflitti e violenza sociale che possono a loro volta arrivare a livelli esplosivi. Un’altra tendenza è costituita dai límiti della crescita con l’attuale modello di consumismo, che sta già causando disastri ambientali  irreversibili. Esso provocherà inoltre la scarsità di risorse vitali e l’aumento dei prezzi delle materie prime e degli alimenti, accellerando  il dilagare della povertà più assoluta.

Dunque vari segnali dell’imminenza del crollo sono già evidenti, ma i tempi dei processi non sono tanto facili da prevedere. A loro volta i processi non sono lineari e la parola crollo potrebbe assumere diversi significati. Per esempio l’aumento dei conflitti bellici, la possibilità di un ritorno alla guerra fredda, gli interventi degli Stati Uniti e della Nato e la crescita del terrorismo, sebbene non siano variabili che si possono spiegare solo con ragioni economiche, influiscono però molto e lo faranno sempre di più man mano che le risorse strategiche scarseggeranno.

I segnali possono venire quindi da molte parti e di fatto stanno già apparendo. Neanche il processo in cui potrebbe sfociare il crollo del sistema è lineare: potrebbe succedere che in una situazione simile l’umanità ci ripensi e metta in moto un cambiamento verso un mondo migliore, ma potrebbero anche rafforzarsi la xenofobia, il fascismo e tutti i tipi di violenza.  Dunque è meglio lavorare per il cambiamento prima che il crollo ci divori tutti.

Con i suoi governi “progressisti” l’America Latina è all’avanguardia di un processo di trasformazione economica? Possiamo sperare che da questo lato del pianeta arrivino segnali positivi?

Sarebbe alquanto pretenzioso affermare che l’America Latina sia l‘avanguardia di un processo di trasformazione economica, perché come dicevo prima i processi non sono lineari, né quelli che possono portare a un crollo dell’economia, né tanto meno quelli che potrebbero condurci a una trasformazione che preceda questo crollo, o ne attenui gli effetti. Credo che forse per l’impatto delle politiche neoliberiste degli anni Novanta su economie molto più deboli di quelle europee, la sofferenza della popolazione abbia accelerato la ricerca di alternative elettorali e l’arrivo al potere di governi più progressisti. Questo ha migliorato sensibilmente la situazione della gente, però bisogna dire che se non si trasformano le strutture fondamentali del sistema, si corre il rischio di un ristagno e poi una retrocessione; speriamo che non vada così e che si possa continuare ad avanzare.

Nel caso dell’Europa, forse il neoliberismo ha sedotto più a lungo le popolazioni, però le reazioni sociali sorte con l’esplosione della crisi mostrano che la gente non dorme e questo è interessante. Bisognerà vedere, come dicevo prima, se i movimenti sociali di rifiuto del sistema riusciranno a trasformare la politica per cambiare il sistema. In Europa c’è una difficoltà in più: finché si manterrà l’Eurozona, le trasformazioni dovranno riguardare tutto il continente. Questa difficoltà però potrebbe anche essere un buon motivo per formare un movimento sociale regionale che lavori per obiettivi comuni. Se questo dovesse accadere, forse i cambiamenti in Europa potrebbero essere più veloci più che in America Latina; nel frattempo non perdiamo d’occhio le altre parti del mondo, perché importanti manifestazioni anti-sistema possono apparire all’improvviso dove meno ce le aspettiamo.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

Milano 25 aprile no-euro

Milano 25 aprile no-euro

Il nostro blog era presente  al corteo del 25 aprile. Il corteo era quello principale; soltanto che abbiamo voluto portare un messaggio attualizzato ad oggi. Contro la dittatura fascista ieri, contro l’euro dittatura oggi. Uno slogan che fa capire al volo quale sia il nostro punto di vista su questi trattati europei. Pubblichiamo questo post dal sito del coordinamento della sinistra contro l’euro.

“Durante il corteo di Milano per la celebrazione del 25 aprile abbiamo allestito un happening di strada che rappresentava una catartica marcia funebre.

Ispirati da un’idea dell’artista Emanuele Dionisio e dall’articolo dell’economista Emiliano Brancaccio L’euro è un morto che cammina. Occorre tentare una exit strategy “da sinistra”, abbiamo rielaborato leesperienze del teatro di laboratorio condotte da quell’avanguardia artistica che, negli anni sessanta, ha sperimentato forme di teatro collettivo con lo scopo di recuperare la vocazione originaria dell’arte di farsi coscienza politica della società per una sua trasformazione.
La messa in scena ha attirato l’attenzione degli altri manifestanti sulla moneta euro, lo strumento economico di cui si serve il capital-liberismo per allargare la forbice della disuguaglianza sociale e imporre la propria tirannia con politiche di austerità che fanno versare lacrime e sangue ai popoli europei e che, in nome del dio mercato, sacrificano l’economia reale e la dignità delle persone a vantaggio della finanza speculativa.

 

Alcuni dei cartelli utlizzato

Alcuni dei cartelli utlizzati

 

Con povertà di mezzi, ma grazie alla forza di alti ideali e dello spirito d’improvvisazione, i partigiani moderni hanno trasportato la bara del vampiro euro cantando allegramente vittoria sulle note di “Euro Ciao”
dopo aver condotto alla sconfitta la Banca Centrale Europea e le multinazionali ovvero quelle organizzazioni di carattere privatistico che oggi piangerebbero un’uscita dall’euro con una visione socialista.
I compagni di viaggio del Partito Umanista precedevano l’allestimento scenico portando lo striscione “Contro la dittatura fascista ieri. Contro l’€uro-dittatura oggi” che è stato lanciato in diverse piazze italiane.
 
senza commento

 

Ringraziamo gli amici delle associazioni Economia per i cittadini (Epic), Riconquistare la Sovranità (ARS) e i simpatizzanti di quelle forze politiche che, pur non essendo parte del Coordinamento della Sinistra contro l’euro, hanno partecipato alla rappresentazione, in quanto condividono lo spirito cooperativo di Bottega Partigiana e l’obiettivo di diffondere una cultura-politica con cui resistere ai danni sociali e culturali provocati dalla crisi economica e dalla perdita di democrazia che sta attraversando il nostro paese.
La nostra azione di resistenza non si è arrestata in piazza Duomo, ma è proseguita con un volantinaggio a tappeto fino a tarda notte all’interno dell’iniziativa Partigiani in ogni quartiere.
Parlando alle persone della necessità di un’uscita dall’euro con una prospettiva di sinistra, abbiamo avuto modo di constatare l’apertura all’ascolto e al confronto da parte di molti, che si sono anche interessati all’iniziativa del Forum Europeo “Oltre l’euro, l’alternativa c’è” che stiamo organizzando per il mese di agosto.”

 

fiscal compact no

Nell’imminenza  dell’applicazione del Fiscal compact circolano sulla carta stampata, in Tv e in rete, svariati articoli che smentiscono che l’Italia, oltre a tutto il resto, sarà obbligata a sborsare 50 miliardi l’anno per vent’anni. Mazzei sbugiarda questi azzeccagarbugli e spiega come stanno davvero le cose. Occorre respingere il Fiscal compact e per farlo occorre unire tutte le forze disponibili in campo.

 

Ci vediamo costretti a tornare sul tema del Fiscal compact. Del resto, repetita iuvant. Il fatto è che c’è chi sta lavorando a far credere che il Fiscal compact non sia un problema, come se gli eurocrati di Bruxelles l’avessero messo lì per scherzo, un modo per intimidire ma senza fare sul serio. Purtroppo non è così, checché ne dicano governanti disonesti e giornalisti superficiali.

La cosa è troppo importante per lasciare spazio alle rassicuranti leggende del mainstream, spesso rilanciate a casaccio nel mare magnum del web, magari anche solo per assoluta ignoranza della materia. E’ troppo importante perché qui sono in gioco il futuro dell’economia nazionale, le prospettive occupazionali, l’accentuazione del massacro sociale in corso.

Per fortuna non siamo i soli ad aver notato la diffusione in rete di alcune interpretazioni rassicuranti sull’applicazione del Fiscal compact. Ecco, ad esempio, come ha reagito su Facebook Marco Passarella, anch’egli evidentemente irritato da certi faciloni:

«Comunque a me i conti sul fiscal compact continuano a non tornare. Se si dice che il debito deve essere ridotto in misura pari ad un ventesimo dell’eccedenza sulla soglia del 60%, allora, nel caso italiano, si tratta (all’ingrosso) di 1/20 di (130 – 60)% e cioè 0.05*0,70 = 0,035, ossia il 3,5% del PIL italiano. E visto che il PIL italiano è di 1.500 miliardi circa, come rata iniziale, ceteris paribus, stiamo sempre sui 50 miliardi (quelli famosi del calcolo sbagliato). E che la prossima rata sia meno salata implica ciò che andrebbe dimostrato, e cioè che il pagamento della prima rata non abbia un effetto recessivo sul PIL italiano che più che compensi la riduzione dello stock di debito. Qualcuno mi dice dove si annida l’errore?».

Passarella ha perfettamente ragione: non c’è nessun errore. Certo, il conto di 50 miliardi all’anno per vent’anni è frutto di un calcolo all’ingrosso. E difatti, alla fine, potrebbero essere anche di più! Ma su cosa giocano, allora, i sostenitori del «no problem»? La risposta è semplice: giocano su due fattori. Il primo sta nel meccanismo previsto per la riduzione annua del debito; il secondo è rappresentato dall’incredibile farraginosità delle norme del trattato.

E’ grazie a ciò se certi faciloni – interessati o meno, poco importa – arrivano alle più strampalate conclusioni. Prendiamo il caso di Stefano Feltri, che con un articolo surreale sul Fatto Quotidiano pretende di dire tutto già nel titolo: «Fiscal compact: la paura (infondata) dei 50 miliardi». Perché poi questa paura sia infondata Feltri non lo spiega, rimandando ogni “chiarimento” ad un pezzo di un ricercatore dell’Istat, Franco Mostacci. Il quale si diffonde (come è giusto che sia per un ricercatore dell’Istat) su una serie di formule matematiche, senza però riuscire a spiegare il punto fondamentale: se il debito deve più che dimezzarsi in vent’anni, come verrà pagato il conto?

Ora, di fronte ad una domanda così semplice ed elementare, salteranno certamente fuori i sapientoni che ci spiegheranno: a) che quel che deve ridursi è un rapporto e non una cifra netta, b) che le regole del trattato non sono poi così rigide come sembra. Grazie, ma eravamo già informati. Piuttosto, ci spiegassero loro come mai – se tutto è così semplice – la riduzione del debito è sempre stata storicamente piuttosto difficile, lenta e frutto di pesanti manovre economiche. Questo è il caso del periodo 1994-2004, durante il quale, nonostante le durissime misure prese (riforma Dini delle pensioni, la pesantissima finanziaria di Prodi, il record mondiale delle privatizzazioni), e nonostante un tasso medio di crescita oggi impensabile intorno al +2%, il debito venne ridotto solo di 18 punti di Pil in 10 anni. Mentre ora si pretenderebbe una riduzione di 74 punti, sia pure in vent’anni, senza troppi sacrifici, con molte meno cose da privatizzare, con tassi di crescita asfittici (mediamente ben poco al di sopra dell’1% anche secondo le ottimistiche previsioni del governo).

E’ evidente che i conti dei faciloni non tornano proprio. Ma siccome costoro non demorderanno facilmente, può essere utile provare ad approfondire la questione. Qualche giorno fa ho già scritto qualcosa (vedi il punto 3 di questo articolo) su come, nel DEF, il governo Renzi si è di fatto impegnato al pieno rispetto del Fiscal compact. Ovviamente lo ha fatto a modo suo, mettendo furbescamente degli “innocenti” numeri al posto di più compromettenti parole. Ma lo ha fatto, tant’è che a Bruxelles hanno apprezzato, naturalmente salvo verifica. Ed in quei numeri ci sono, sia pure espressi in percentuale, i famosi 50 miliardi. Una cifra un po’ ballerina, perché legata a diverse variabili. Secondo le proiezioni del governo, qualora tutto, ma proprio tutto (crescita del Pil, livello dei tassi, eccetera), andasse per il meglio, i miliardi potrebbero scendere a 45. Siccome è evidente che così non sarà, la stima di 50 miliardi è perfino da considerarsi troppo bassa.

Giunti a questo punto è doveroso entrare nel merito delle tesi dei faciloni. Essi appartengono a diverse categorie: a) quella dei mentitori istituzionali (Renzi, Padoan, eccetera), persone che sanno ma che debbono necessariamente mentire; b) quella dei giornalisti di servizio, persone che a volte sanno a volte no, ma che non vanno mai contro il potere; c) quella degli smanettoni internettari, persone che in genere non sanno, ma che amano lo scoop sia che si tratti di preannunciare cataclismi del tutto improbabili, come di negare catastrofi scritte perfino in un trattato internazionale.

Tre sono le questioni che vogliamo qui mettere a fuoco: 1) il meccanismo previsto per la riduzione del debito, 2) i criteri per la verifica di tale percorso da parte dell’UE, 3) l’adesione del governo Renzi (qui davvero repetita iuvant) ai vincoli del trattato.

 

La riduzione del debito

Su questo punto le cose sono (o dovrebbero essere) arcinote. Il trattato prevede che il rapporto debito/Pil raggiunga il 60% entro vent’anni, dunque attraverso una riduzione annua pari ad un ventesimo della quota eccedente il 60%. Nel caso italiano, in base alla fotografia della situazione al 31/12/2013, tale quota eccedente è pari al 72,6% del Pil, che tradotto in euro significa 1.132 miliardi. Dividendo questa cifra per 20 si ottiene la rata annuale di 56,62 miliardi. Dunque, piaccia o non piaccia, siamo addirittura sopra i famosi 50 miliardi. Ma siccome il rientro non dovrà avvenire in cifra fissa ma in percentuale al Pil, le cose sono un po’ – ma non troppo – più complesse.

E’ evidente infatti che – ammettendo una, peraltro impossibile, tabella di marcia lineare – il valore del taglio annuo previsto non è legato solo al numeratore (lo stock del debito accumulato), ma anche al denominatore (il Pil espresso in valore nominale).

Ora, siccome il Pil nominale è uguale al Pil reale più l’inflazione, se ne deduce che un aumento dell’inflazione renderebbe il percorso di rientro del debito più facile. Perfino l’ineffabile Padoan ha recentemente annunciato (vedi di nuovo l’articolo di cui sopra) questa irresistibile scoperta dell’acqua calda. Una “scoperta” che per certuni dev’essere stata davvero folgorante, visto che vi si aggrappano in tutti i modi per sostenere che in fondo il Fiscal compact non ci farà così male.

Che l’inflazione convenga ai debitori e la deflazione ai creditori è cosa ben nota a chi abbia un mutuo a tasso fisso. Se io debbo pagare le mie rate ad un tasso annuo del 5% ho tutto l’interesse che l’inflazione salga il più possibile oltre tale cifra. Viceversa, avrò tutto da rimettere se l’inflazione (come avviene attualmente) tende maledettamente verso lo zero. In questo caso, in termini reali, finirò per pagare il mio mutuo anche il doppio di quanto l’avrei pagato con un tasso di inflazione pari a quello di restituzione del mutuo.

Non c’è bisogno di dire che quel che danneggia il debitore, favorisce il creditore. Non sarà proprio per questo che la Bce pratica da sempre una politica tendente a ridurre al minimo l’inflazione? Domanda retorica di cui c’è quasi da vergognarsi, tanto sono evidenti gli interessi in questione.

Passando dai debiti privati a quelli pubblici il discorso non cambia, dato che l’interesse delle banche, delle assicurazioni, dei fondi di investimento è appunto quello dei creditori. Dunque: inflazione bassa ed interessi reali alti, al di là della loro diminuzione nominale. C’è perciò da dubitare che la Bce voglia davvero invertire sostanzialmente la rotta, almeno fino a quando il precipizio della deflazione non porterà la recessione a livelli del tutto insopportabili anche per la Germania.

C’è però una differenza fondamentale tra il debito delle famiglie, generalmente a tasso fisso, e quello dello Stato, che – dal momento che si affida al mercato finanziario – varia costantemente ad ogni emissione di nuovi titoli. Certo, un aumento dell’inflazione farebbe lievitare il Pil nominale, ma si trascinerebbe dietro i tassi di interesse, che (al netto dei fattori speculativi), tenderebbero a seguire la crescita dell’inflazione. I cui “vantaggi” verrebbero così annullati, sia pure tendenzialmente e non immediatamente.

C’è solo una circostanza in cui la riduzione del debito potrebbe avvenire quasi esclusivamente per via inflazionistica. Il caso è quello di una violentissima, e soprattutto rapidissima, fiammata inflazionistica. In quel caso – che ovviamente sarebbe però devastante per altri aspetti – i tassi di interesse non ce la farebbero a seguire la crescita dell’inflazione, ed inoltre il vantaggio così ottenuto sul differenziale interessi/inflazione dei titoli già emessi farebbe il resto. E’ plausibile un simile scenario? Di certo non è impossibile, ma l’esperienza storica dimostra che simili fiammate inflazionistiche si determinano o in presenza di conflitti armati (esempio, l’Italia tra il 1943 ed il 1945) od a seguito degli stessi (esempio, la Repubblica di Weimar negli anni ’20).

Al di fuori di simili tremendi scenari l’arma inflazionistica appare piuttosto debole, anche se non del tutto inefficace. Un’arma magari utile, meglio se manovrata a favore delle classi popolari attraverso una riconquistata sovranità monetaria, ma di certo un’arma non risolutiva.

Ad ogni modo non crediamo che Padoan prefiguri scenari bellici o comunque iper-inflattivi. Il suo piccolo inno all’inflazione – per altro assai curioso in chi è parte da sempre di un establishment che vede l’inflazione come il peccato – è da considerarsi più che altro come un segno di impotenza, la speranza di chi conoscendo il baratro che ci attende si appiglia a tutto quel che può servirgli per adempiere ai doveri imposti dai dogmi di Bruxelles, senza intralciare troppo la populistica caccia al voto del berluschino fiorentino, che al momento è pur sempre il suo principale.

Non ci sono dunque facili scorciatoie per quanto riguarda la restituzione del debito. I 50 miliardi annui da recuperare, o con nuovi tagli o con nuove tasse o con un mix di entrambi, potrebbero ridursi un po’ con un minimo di crescita ed un certo incremento dell’inflazione, come, viceversa, potrebbero aumentare un po’ con il persistere della recessione e con lo stabilizzarsi della deflazione, con l’affermarsi cioè di una versione italiana di uno scenario di tipo giapponese.

Nell’incertezza su quel che accadrà nei prossimi anni, attenersi alla stima di 50 miliardi è dunque la cosa più seria e realistica che si possa fare.

 

I criteri di avvio del percorso del Fiscal compact

Entriamo qui in una materia relativamente più complessa. Materia tuttavia comprensibilissima, purché si badi alla sostanza, senza farsi spaventare dalle astruse regole europee e dalle formule matematiche in cui sono esperti a Bruxelles.

A proposito, ma che credibilità potrà mai avere una costruzione politica che anziché basarsi su una costituzione leggibile da tutti, si fonda invece su trattati illeggibili, comprensibili solo ad una ristretta cerchia di eurocrati? La risposta è semplice: nessuna. E difatti essi lo sanno talmente bene che alle loro astrusità limite non pongono, lasciando credere ai futuri fasti dell’unione politica solo i gonzi del “più Europa”, in Italia ormai ridottisi alle attuali forze di governo (Pd e centristi), alle quali, per completezza, rimane solo da aggiungere la corrente esterna del partito di Renzi denominata Sel.

Ma torniamo a bomba. Prima abbiamo visto in quale misura il Fiscal compact prevede la riduzione ventennale del debito. Ora vediamo come e quando questo percorso dovrebbe avviarsi.

In primo luogo va detto che non c’è un’ora x uguale per tutti. Le regole applicative prevedono infatti una tempistica diversa per gli stati che sono incorsi nella «procedura di deficit eccessivo», quelli cioè che hanno sforato il famoso vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil. Per questi stati il percorso di rientro del debito inizia con l’uscita da questa procedura, momento dal quale scatta un periodo di transizione di 3 anni. Per l’Italia – uscita dalla procedura lo scorso anno – questo significa una prima verifica a fine 2015, mentre ad esempio Francia e Spagna, che sono ancora abbondantemente sopra il 3%, inizieranno il percorso solo nei prossimi anni.

Per il periodo di transizione (per l’Italia il triennio 2013-2015) non è richiesto un rispetto tassativo della regola della riduzione di 1/20 dello stock del debito. In questo periodo l’UE si “accontenta” di un progressivo avvicinamento a quell’obiettivo. Un processo di transizione, appunto, volto a determinare le condizioni strutturali per poter successivamente onorare la tabella di marcia della decurtazione ventennale. Alla quale l’UE – lo ripetiamo per i faciloni euro-ottimisti – proprio non intende rinunciare.

Ma, terminati i tre anni, cosa andranno a verificare esattamente gli eurocrati chiamati a tale compito? Attenzione! Perché questo è il punto veramente decisivo.

Per spiegare come funzionerà il meccanismo della verifica citiamo un articolo di Giuseppe Maria Pignataro (il Sole 24 Ore del 15 aprile):

«La verifica del rispetto della regola tuttavia avverrà considerando tre diverse configurazioni: a) il backward looking – riduzione rispetto alla media dei tre anni precedenti al 2015; b) il backward looking corretto per il ciclo, e cioè considerando la deviazione dal pil potenziale; c) il forward looking – riduzione nei due anni successivi al 2015 ad un tasso medio di 1/20 calcolato sui tre anni precedenti al 2017. Solo se tutte e tre queste valutazioni risultano non rispettate è prevista l’apertura di una procedura d’infrazione».

In pratica, il 31 dicembre 2015, l’Italia potrà presentarsi agli esaminatori europei o dimostrando che si è già messa in riga (in una delle due versioni ammesse dal backward looking), o provando che lo farà nei due anni successivi (forward looking).

Inutile dire che verrà scelta, giocoforza, la terza opzione. Sulla assoluta impraticabilità delle altre due nessuno osa infatti avanzare dubbi. Ma qui si pongono due domande: 1) quanto è realistico un simile percorso di rientro? 2) E se lo è, al prezzo di quali sacrifici?

Chi scrive pensa che non sia affatto realistico, come vedremo dopo tornando sul DEF elaborato dal governo Renzi. Ma se lo fosse, questo significherebbe comunque il recupero di 3,3 punti percentuali di Pil sull’avanzo primario (come nelle proiezioni del DEF è scritto), che tradotto in cifre significa 54 miliardi.

Ecco che tornano fuori, immancabilmente, i (circa) 50 miliardi. Quei 50 miliardi annui di sacrifici che Renzi vuole occultare, e che qualche buontempone vuol far credere che verrebbero fuori dal nulla. Che poi vi siano anche giornalisti che si prestano ad un simile gioco, magari per dire semplicemente che Grillo è un terrorista quando suona l’allarme sul Fiscal compact, questo non può certo stupire.

 

Il governo del Fiscal compact

L’abbiamo già scritto: gli uomini del berluschino fiorentino hanno cucinato «un DEF per l’Europa, ma soprattutto per le europee», un voto nel quale Renzi si gioca davvero molto. E tuttavia, se quel documento è stato presentato quasi come un «nuovo corso» della politica economica italiana, esso si muove, al contrario, in perfetta continuità con la linea dei governi precedenti, e con un perfetto allineamento ai diktat europei. Un allineamento che si ricava perfettamente dai numeri indicati nel Documento di economia e finanza.

Non è un caso che il percorso di rientro del debito venga fatto iniziare dal 2015, essendo questo il primo anno del triennio 2015-17 previsto dall’opzione forward looking. In questo triennio si ipotizza una riduzione di 9,8 punti di Pil (pari, grosso modo, a 156 miliardi – ecco di nuovo un taglio annuo di 52 miliardi). Questa riduzione è solo un po’ inferiore a quella attesa dalla tabella di marcia, che prevederebbe un -11,1 punti di Pil, ma tutto andrebbe perfettamente in passo già a partire dal 2018.

Il governo Renzi è dunque il governo del Fiscal compact. Ed i famosi 50 miliardi sono scritti nei suoi numeri. E saranno 50 miliardi e più di sacrifici, a meno che si voglia pensare che verranno recuperati vendendo qualche auto blu o sforbiciando un po’ i vergognosi guadagni dei manager di stato. Si toccheranno invece, ed in profondità – sta qui il vero cuore dellaspending review – la sanità, il welfare, le retribuzioni ed i livelli occupazionali dei dipendenti pubblici.

Ma c’è di peggio. Ed è che anche questi immani sacrifici potrebbero non servire proprio a niente. Anzi, è piuttosto probabile che finiscano per peggiorare la situazione anche dal punto di vista del debito, che è poi quel che è accaduto con la politica di austerità dei governi Berlusconi, Monti e Letta.

A questo proposito diamo la parola ad un “insospettabile”, Stefano Fassina, che è pur sempre un esponente del maggior partito di governo. Ecco cosa scrive sul suo blog sull’Huffington post:

«La linea seguita nell’euro-zona determina maggior debito pubblico, salito in media nell’euro-zona dal 65% del 2007 al 95% nel 2013. In Italia, nello stesso periodo, dal 104 al 129% (al netto delle risorse impegnate nei Fondi “Salva Stati”). È inevitabile perché la rotta della svalutazione del lavoro deprime la domanda interna fino alla recessione-stagnazione e deflazione (ora incubo della Bce convertitasi al quantitative easing, fino a poche settimane fa considerato uno strumento del demonio dalla Bundesbank)».

La linea dell’austerità è dunque fallimentare, e quella del governo Renzi disegna uno scenario insostenibile ed irrealistico. Leggiamo:

«Lo scenario di finanza pubblica definito nel Def è, al tempo stesso, insostenibile sul piano sociale e irrealistico, in quanto recessivo, sul piano economico. Insostenibile perché gli ulteriori profondi tagli prospettati alla spesa pubblica stravolgerebbero il nostro quadro sociale. Irrealistico perché si continua a ignorare la reale dimensione del moltiplicatore della spesa e delle tasse e si continuano a gonfiare, con sfacciata ideologia, gli effetti delle mitiche riforme strutturali, in particolare la precarizzazione del lavoro e l’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva (il Presidente del Consiglio continua a ricondurre alle regole del mercato del lavoro il minor il livello di disoccupazione del Regno Unito rispetto al nostro. Qualcuno gli spieghi che Londra dall’inizio della crisi ha stampato enormi quantità di moneta, ha svalutato la Sterlina del 40%, ha avuto un deficit di bilancio dell’8% in media degli ultimi quattro anni)».

Qui Fassina tocca il tema del moltiplicatore della spesa e delle tasse, che così riprende successivamente:«La colpa grave (del governo, ndr) è l’indisponibilità a riconoscere la dimensione reale del moltiplicatore della spesa, che in una fase di prolungata recessione-stagnazione e credit crunch è 3 o 4 volte maggiore del moltiplicatore delle tasse: in altri termini, coprire la riduzione dell’Irpef con tagli di spesa ha effetti recessivi».

La questione del moltiplicatore è davvero fondamentale, tanto più perché siamo dentro ad una recessione di cui non si vede la fine. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il moltiplicatore della spesa nei periodi di crisi è pari a 1,3. Cioè un miliardo di aumento di spesa produce 1,3 miliardi di aumento del Pil. Viceversa, un miliardo di riduzione della spesa determina 1,3 miliardi di riduzione del Pil. Bene, come ha fatto invece i suoi calcoli il governo? Per il 2016, quando è attesa una riduzione di spesa di 32 miliardi (pari al 2% del Pil), ha calcolato un effetto recessivo dello 0,3% anziché del 2,6% come suggeriscono gli studi più recenti (2013) del Fmi.

Quella di Renzi è dunque una linea insostenibile ed irrealistica, oltre che antipopolare. Fassina ha ragione, peccato che continui ad assicurare il suo voto al governo. Peccato, soprattutto, che non metta in discussione l’euro e l’Unione, perché è da qui che vengono le politiche che pure denuncia. Ora, sappiamo che la coerenza non è certo la massima virtù dei politici attuali, ma così facendo è inevitabile che ad una analisi economica giusta non faccia seguito alcuna proposta politica degna di questo nome.

Ma questo è un altro problema. Qui ci interessava mettere in luce come anche in ambienti governativi – Fassina peraltro è stato vice-ministro dell’economia nel governo Letta – sia ben chiara l’insostenibilità dell’attuale quadro europeo.

E, tornando all’oggetto di questo articolo, le considerazioni di Fassina ci dicono appunto due cose: che i 50 miliardi di sacrifici ci sono e che probabilmente non serviranno neppure ad abbattere il debito.

 

Conclusioni  

Naturalmente i faciloni non si daranno per vinti, ma ben presto le sparate di Renzi (alias il bomba) si riveleranno per quel che sono.

Ora, siccome i fatti hanno la testa maledettamente dura, concludiamo tornando sull’articolo di Giuseppe Maria Pignataro (il Sole 24 Ore di ieri), che abbiamo già citato. In questo scritto l’autore si dimena per far quadrare il cerchio. Riconoscendosi nel dogma eurista egli sostiene che  il debito va ridotto, che ci vuole una tabella di marcia ben precisa, che questo è per «il nostro bene». Dunque viva il Fiscal compact? No, non esattamente. Egli vorrebbe un Fiscal compact diverso, ma non dice come dovrebbe essere.

E come potrebbe dirlo? Il suo problema è che si vede costretto a svolgere considerazioni simili a quelle di Fassina, ma – proprio come l’esponente della minoranza Pd – senza poterne trarre alcuna conseguenza concreta. Leggiamo:

«E’ peraltro un dato di fatto che in una fase di acuta debolezza economica riconducibile sia a fattori interni che esterni, le correzioni fiscali molto concentrate nel tempo finalizzate a ricercare il pareggio accentuano massicciamente o determinano esse stesse la caduta del Pil e peggiorano in tal modo in misura drammatica il rapporto debito/Pil».

E allora? Allora ecco la conclusione inconcludente, e tuttavia significativa, dell’analista del quotidiano di Confindustria:

«In definitiva chiedere l’abolizione del Fiscal compact non è una scelta vincente (il perché non si sa – ndr), ma continuare a volerlo perseguire nella sua attuale configurazione è una strada improduttiva o molto più probabilmente autolesionistica».

Pignataro è palesemente auto-contraddittorio, ma non è questo il punto. Il punto è che anch’egli deve riconoscere alla fine la natura «autolesionistica» per l’economia italiana del trattato. Altro che «Fiscal compact? No problem»!

Leonardo Mazzei

Fonte:  http://sollevazione.blogspot.it/

Link: http://sollevazione.blogspot.it/2014/04/fiscal-compact-come-stanno-veramente-le.html

intervista su convenienza nell'Uscita dall'Euro a Gennaro Zezza

Condividiamo questo video di questa intervista del 30 Gennaio 2014  fatta da eurotruffa a Gennaro Zezza, professore associato presso l’Università di Cassino, e ricercatore presso il Levy Economics Institute degli Stati Uniti, in cui vengono fatte diverse domande relative all’uscita dall’Euro. A fianco della domanda trovate in minuti.secondi del video in cui trovate la risposta alla domanda.

Domande:

  • Crede che l’inflazione dipende dalla quantità di moneta circolante?
  • E’ d’accordo sulla relazione che sostengono tra occupazione e flessibilità del lavoro e salari? min 2.50  (Cosa si intende per riforme strutturali)
  • L’Eurozona risulta un fallimento totale, perché i governi continuano a sostenerla? min 07:49
  • Il vantaggio per l’impresa manufatturiera del Nord Europa , non è per i lavoratori? min 9.00
  • Un ritorno alle valute nazionali porterebbe ad una forte svalutazione e conseguentemente ad un’alta inflazione? min. 10.10
  • L’Italia se uscisse dall’Euro dovrebbe onorare il debito? min 15.00
  • Ritiene che la sovranità monetaria permettere una gestione più semplice del debito? min 18.56
  • I giornali dicono che i problemi dell’Italia dipendono dalla bassa produttività del lavoro… Come è possibile la produttività del lavoro? min. 20.18
  • Abbiamo sotto gli occhi il risultato dell’introduzione della moneta unica europea. E’ stato causato da scarsa competenza o piuttosto un processo intenzionale? min 23.15

Matteo_Renzi_e_Mike_Bongiorno

Matteo Renzi e Mike Buongiorno. E’ vero che il buongiorno si vede dal mattino!

 

Pubblichiamo volentieri un analisi di Leonardo Mazzei (titolo originale La Mandrakata) su “l’ennesimo governicchio di una classe dirigente che non sa che pesci prendere e che alla fine dovrà ubbidire ai diktat delle tecno-oligarchie europee e applicare politiche antipopolari”.

Chissà perché lo chiamano Renzi 1, come se il “2” fosse cosa scontata. In realtà la confusione sotto il cielo è grande, e per ora siamo semmai al Renzi zero, un oggetto per adesso senza forma, con una maggioranza pittoresca, ed un programma certo immaginabile ma che ancora non c’è.

Molte cose si chiariranno nei prossimi giorni, limitiamoci perciò ad alcune note su questo ennesimo Colpo di Palazzo, dopo i due precedenti del novembre 2011 (arrivo di Monti) e dell’aprile 2013 (governo Napo-Letta).

1. Disegno sistemico o guerra per bande?

Per prima cosa bisogna domandarsi da cosa nasca questa accelerazione, questa spinta fortissima verso un governo Renzi. Si tratta di un vero e proprio disegno sistemico, con il coinvolgimento ed il sostegno attivo dei principali poteri in gioco, od è semplicemente un episodio della guerra per bande che, frutto della crisi della politica secondo-repubblichina, imperversa ormai da anni?

Probabilmente entrambi i fattori giocano la loro parte ma, per quel che è possibile dire oggi, il secondo (la guerra per bande) ha un ruolo prevalente. Il gruppo che si raccoglie attorno a Renzi mostra una sete di potere smisurata, ha un leader che certo non si pone limiti, un partito-stuoino la cui minoranza di “sinistra” (!) è stata la prima a stendergli il tappeto rosso verso il traguardo governativo. Questo per ricordarci che non tutte le “bande” sono sempre in grado di lottare per il potere od una parte di esso, a volte si accontentano più modestamente di vivacchiare e di prendere tempo. Ecco allora che l’avere allontanato la prospettiva elettorale fornirà nell’immediato al segretario del PD un certo numero di amici in più.

2. L’ultima carta?

Detto questo, non è che i centri del potere economico —nazionali ed europei— siano stati a guardare. Per loro Renzi era una carta di riserva, da giocarsi alla bisogna. Non una carta come le altre, però. Una carta un po’ più forte, in virtù di una certa popolarità del soggetto in questione. Popolarità coltivata mediaticamente da anni, in parte assai sovrastimata, in parte reale.

Era questo il momento di giocare una simile carta? Lorsignori si saranno di certo posti la domanda. Sta di fatto che le esternazioni del presidente della Confindustria Squinzi sul “nullismo” di Letta sono arrivate puntuali. E così pure l’annuncio della scoperta dell’acqua calda, cioè delgolpe del 2011, sulle pagine del Corriere. Uscite non casuali, senza dubbio, ma che più che ad un disegno organico fanno pensare ad una mossa disperata: Renzi come ultima carta per tentare l’impossibile quadratura del cerchio tra le regole della gabbia europea, che non si ha il coraggio di mettere in discussione, e le esigenze di un’economia nazionale sempre più in crisi.

3. Non c’è due senza tre?

Il killer dalla Smart blu ha liquidato l’inconsistente Letta in quattro e quattr’otto. Prima un incontro da cafoncello per comunicargli lo sfratto, poi una relazione da bocciofila alla Direzione del PD per annunciare la Terra Promessa: il… 2018! Almeno i suoi predecessori, anch’essi non eletti, avevano una mission più definita: imporre i più pesanti sacrifici del dopoguerra agli italiani il primo, far passare a nuttata della crisi politica-istituzionale seguita al voto del febbraio 2013 il secondo. Di Renzi vedremo, ma il 2018 è molto, molto lontano.

La quadratura del cerchio di cui al punto 2 è il nodo intorno al quale tutto ruota. E non è un nodo che si possa sciogliere con qualche trovata pirotecnica che certo non ci verrà risparmiata. Ne sanno qualcosa sia Monti che Letta. Il primo – presentato come l’austero ed incorruttibile salvatore della patria – ha certo svolto il suo lavoro omicida, ma ha poi finito per fracassarsi le ossa con un modesto risultato elettorale ed il successivo disfacimento della sua improvvisata creatura politica. Del secondo, che doveva arrivare al 2015 con un treno carico di “crescita”, riforme istituzionali e presidenza europea, ci parlano le cronache di questi giorni.

Facile essere proiettati in alto nelle aspettative iniziali, dato che tutto manca in questo Paese fuorché una stampa servile nei confronti del vincitore di turno. Più difficile misurarsi con i bilanci consuntivi, quando i conti non tornano e gli amici vanno alla ricerca di nuovi padroni. Che dire allora, se non che non c’è due senza tre?

A questo esito Renzi potrebbe sfuggire solo cambiando di 180 gradi la politica di asservimento all’Unione Europea. E’ possibile una simile svolta? Assolutamente no. 
Il sindaco di Firenze potrà al massimo fingere di “battere i pugni sul tavolo”. Anzi, già ci sembra di assistere a questa sceneggiata. Una cosa hard che Letta non avrebbe mai potuto permettersi. Ma come risponderà al teutonico e fermo no che gli verrà cortesemente comunicato? Difficile che possa andare oltre ad un’impeccabile imbronciatura del suo volto da ragazzotto un po’ suonato.

4. Un azzardo senza alternative?

Qualcuno si è chiesto come mai Renzi abbia smentito se stesso così clamorosamente. L’uomo che diceva che non sarebbe mai andato al governo senza un’investitura popolare (magari truccata con una legge truffa, ma questo è un altro discorso), si appresta ora a varcare la soglia di Palazzo Chigi in virtù dell’investitura… delle primarie del PD, cioè del voto di 2 milioni di persone su 48 milioni di elettori… E l’uomo che gridava contro le “larghe intese” si accinge ora a governare con la stessa maggioranza che contestava… Se questo ci dice già abbastanza sulle qualità di colui che qualcuno ha ribattezzato coeRenzi, è però assai probabile che ci sia dell’altro.

Del resto è stato lo stesso segretario del Pd a parlare di azzardo. Perché allora una simile mossa, fra l’altro assai malamente preparata? In proposito possiamo soltanto avanzare un’ipotesi, l’unica che ci pare sensata: perché Renzi e la sua banda non potevano aspettare due anni. A rovinare i piani iniziali di costoro, costringendoli all’azzardo, sono stati due fatti: la sentenza della Corte Costituzionale sul Porcellum e l’inevitabile allungamento dei tempi dell’entrata in vigore della nuova legge elettorale.

Con il Porcellum Renzi sarebbe andato alle elezioni quanto prima, confidando ovviamente sulla conquista del premio di maggioranza. Privato del Porcellum egli è subito ricorso ai ripari, congegnando con il suo degno compare un super-Porcellum ancor più adatto allo scopo. Mossa magistrale, quanto antidemocratica, ma con alcuni inconvenienti anche per la banda Renzi. Perché è vero che gli era riuscito il non improbo compito di far accettare a tutti i suoi parlamentari, compresa la famosa “sinistra”, tutte le sue porcherie: dal premio di maggioranza, agli sbarramenti stile Turchia, alle liste “democraticamente” bloccate. Questo gli era riuscito, così com’era riuscito al suo sodale di Arcore con i transfughi con la fregola da rientro di Ncd.

Ma questa era la parte più semplice, più complicato far accettare ai tacchini l’idea dell’approssimarsi del Natale. Ora, siccome anche i tacchini hanno un cervello, questi si sono messi a pensare e gli si è accesa una lampadina: come si può andare al doppio turno con il bicameralismo perfetto? Che si possono fare due doppi turni? Ora, per la verità, la stessa cosa si può dire anche del premio di maggioranza, che può benissimo consegnare due diverse maggioranze. Ma in effetti immaginare due doppi turni, magari con diversi soggetti in campo nelle due camere in palio, questo era un po’ troppo anche per chi ha architettato senza arrossire la “norma salva-Lega” e quella “salva-Sel”. Ma allora, ecco la logica conclusione dell’ingegnoso tacchino, la legge elettorale potrà andare in vigore solo al momento dell’abolizione del Senato. [Abolire il Senato significa infatti cambiare la Costituzione, il che implica un iter molto più lungo che non quello della legge elettorale. Ndr] (1) Campa cavallo, e non solo perché si tratta di materia costituzionale. Il Natale è stato così allontanato, per la gioia dei tacchini, ma non quella del sindaco di Firenze.

Ecco allora che la situazione è precipitata. Renzi si è reso conto della trappola. Non si trattava più di aspettare qualche mese, come ancora pensava quando parlava di elezioni ad ottobre, ma di anni. Una prospettiva impensabile per lui e per il famelico gruppo di potere che gli si è raccolto attorno, e che presto vedremo all’opera con la sua ansia accaparratrice e devastatrice di ogni diritto sociale. Dal loro punto di vista l’azzardo era ormai senza alternative. E per questo l’hanno compiuto. 

5. Duemiladiciotto che?

Vediamo ora in cosa consiste l’azzardo. Dell’impossibilità di far quadrare il cerchio Europa-ripresa abbiamo già detto, ma oltre a questa missione impossibile c’è un altro piccolo particolare a disegnare i contorni di questa folle scommessa. Ed esso consiste nell’avere come decisivo e determinante compagno di strada una formazione che dichiara apertamente di far parte della coalizione avversaria.Ora, se questo poteva avere un senso in un governo a termine, se vogliamo di “scopo” come in teoria era quello che sta facendo le valigie, come potrà mai funzionare un simile assetto di maggioranza in un governo che si pretende di legislatura? Qui l’azzardo è totale. Come non pensare che Ncd ad un certo punto lavorerà per il logoramento del premier per poi andare alle elezioni, mettendo così la coalizione di centrodestra (cioè la propria) nelle migliori condizioni per vincere?

Forse il segretario del PD, forte più che altro della sua presunzione, pensa di poter sganciare un giorno Alfano da Berlusconi. Speranza assai poco fondata visto il personale politico di Ncd, la sua storia, il suo (per quanto ristretto) bacino elettorale. Tutti elementi che fanno pensare esattamente il contrario di quel che Renzi spera possa un giorno avvenire. Nel frattempo, colui che aveva tanta fretta di approvare la legge elettorale avrà forse ora convenienza a metterla per un po’ in stand by, perché il 37% del premio di maggioranza appare assai più alla portata della coalizione berlusconiana che non ad una per ora inesistente coalizione renziana.

L’azzardo è dunque totale e senza rete, altro che 2018! Forse anche per questo alcuni centri di potere hanno alla fine deciso di giocare una carta che pensavano di tenersi in mano ancora per qualche tempo. La scommessa è così folle che lo scommettitore avrà bisogno di tanti sostegni, che certo non verranno forniti gratis. Ed alla fine, se fallimento sarà, come pensiamo (e come di certo ci auguriamo), anche la sconfitta di Renzi, come quelle di Monti e di Letta, non avrà né padri né madri. Sarà solo sua, come in effetti si merita.

6. Una classe dirigente che non sa più che pesci prendere

Se questo è il quadro, non sarà difficile comprendere quanto sia grave ormai la crisi della classe dirigente (e non solo quella politica) del nostro Paese. Una classe dirigente che non sa che pesci prendere, né a quale santo votarsi. E’ in questo paesaggio crepuscolare che sta la risposta alla domanda iniziale, perché anche i più importanti centri del potere economico (e, più specificatamente, finanziario) desidererebbero sì una risposta di tipo sistemico ma, nella difficoltà di elaborarla, altro non sanno fare che partecipare anch’essi ad una guerra per bande senza fine. “Se la crisi italiana non ha sbocchi, che almeno il mio portafoglio si rimpingui”: questo è il loro motto, questa è in ogni caso la loro pratica.

Dove sarebbe, del resto, la novità del governo Renzi? Se la maggioranza è la stessa, del programma non sappiamo nulla. Tanto per questi figli del “pensiero unico” liberista il programma non può essere che quello solito: privatizzazioni, deregolamentazione del rapporto di lavoro, sacrifici senza fine per il popolo lavoratore. Che se poi, per qualsiasi motivo, vi fosse qualche intoppo, interverrebbe comunque il “pilota automatico” dei trattati europei e della Bce.

A questo proposito —e nessuna prova sullo stato della classe dirigente potrebbe essere più decisiva— il signor Renzi, al pari di chi lo appoggia, continua a non dir niente del Fiscal Compact. Eppure sarà proprio questo trattato a disegnare qualità e quantità della prossima finanziaria, alias legge di stabilità. Una irresponsabilità che non ha bisogno di commenti. Una irresponsabilità che verrà pagata dalle classi popolari, ma che potrebbe travolgere lo sbruffone fiorentino assai prima di quanto si possa pensare.

7. L’Europa, le elezioni europee

Gira e rigira, si ritorna all’Europa. E’ naturale che sia così, ed è qui che casca l’asino. Hai voglia di parlare di crescita, quando devi obbedire a Bruxelles! Lo hanno fatto Berlusconi, Monti e Letta. Il primo finì per accontentarsi di quella dei capelli, al secondo crebbe il naso per le infinite bugie sulla “fine del tunnel”, il terzo ha visto accrescersi solo la propria bile. Dato che ognuno è forte nel suo campo, a Renzi crescerà ancora la sfacciataggine. E magari comincerà a trastullarsi, come Letta, con gli zerovirgola col segno più dopo aver perso quasi il 10% di pil dal 2007.

Ma non saranno questi giochini a salvarlo. Né basteranno gli iniziali peana degli scribacchini di corte. In tempi di crisi anche la “luna di miele” si accorcia. I famosi “cento giorni” di un tempo si riducono ormai ad un paio di mesi. Mesi in cui non mancheranno le trovate, i fuochi d’artificio, l’esercizio di una certa arte populista. Poi, come sempre avviene in questi casi, non resterà che il vuoto.

Ma questo riguarda un futuro un po’ più lontano, anche se non lontanissimo. Occupiamoci invece del futuro che è già davanti a noi. In questo futuro prossimo lo sbruffone comincerà a scoprire le carte, ma lo farà in maniera guardinga, perché si porrà innanzitutto un traguardo politico ben preciso: quello di sfangare il passaggio elettorale di maggio. Un traguardo certo non estraneo alla stessa decisione di licenziare subito Letta.

8. Un governo di minoranza ed illegittimo per tre motivi

Guardando le cose dal nostro punto di vista, da quello cioè di chi si augura un incartamento del blocco dominante, come condizione in grado di rendere più vicina una vera sollevazione popolare, è un bene che la “carta Renzi” sia stata infine giocata. Esiste forse la possibilità che quello che nasce come l’ennesimo governicchio si trasformi, per qualche qualità nascosta del premier, ingovernissimo? Ci sentiamo di escluderlo, come si sarà capito dal ragionamento fin qui svolto.

In ogni caso, per battere al più presto una simile ipotesi, sarà importante il risultato delle elezioni europee. Un risultato che ci consegnerà comunque un governo di minoranza, dato che non c’è alcuna possibilità che la somma dei voti delle forze che andranno a comporre la prossima maggioranza parlamentare arrivi al 50%.
Ritrovarsi in minoranza è dunque il primo motivo di illegittimità. Il secondo sta nel fatto che questo governo (e questo primo ministro) nessuno lo ha eletto, mentre il terzo risiede nell’illegittimità dello stesso parlamento che si appresta a dargli la fiducia. Illegittimità derivante dall’essere stato eletto con una legge giudicata incostituzionale dalla Consulta.

Governo illegittimo dunque. Da non riconoscere, da contestare e contrastare da subito. Governo illegittimo per tre motivi, ma più sarà forte il primo, con una chiara sconfitta elettorale a maggio delle forze che lo sostengono (anzitutto il PD), e prima archivieremo anche questa terza carta di lorsignori. Quella carta giovanilista e pataccara con cui vorrebbero rendere più accettabili gli infiniti “sacrifici per l’Europa” richiesti dagli eurocrati di Bruxelles.

NOTE 
[1] L’art 138 della Costituzione contempla il procedimento di revisione costituzionale e di formazione di leggi costituzionali, differenziandolo dal procedimento di formazione della legge ordinaria previsto dagli artt. 70 ss. Cost.Secondo parte della dottrina, l’art 138 (norma sulla produzione relativa alle leggi costituzionali ed alle leggi di revisione costituzionale) sarebbe a sua volta suscettibile di revisione, a condizione, tuttavia, che non venga eliminato il carattere rigido della Costituzione. A questa stregua, sarebbe possibile modificare il procedimento di revisione costituzionale, purché rimanga sempre un procedimento aggravato, prevedendo una procedura rinforzata rispetto a quella necessaria per l’approvazione della legge ordinaria. Si tratta, peraltro, di un punto controverso.L’articolo 138 prevede che il Parlamento si esprima su una legge costituzionale con due votazioni (due per il Senato e due per la Camera in maniera incrociata). Per la prima votazione non è richiesta alcuna maggioranza qualificata e, perciò, la legge costituzionale o di revisione costituzionale può essere approvata anche a maggioranza semplice. Nella seconda votazione è richiesta la maggioranza assoluta per dar corso ad un procedimento referendario di tipo confermativo, oppure la maggioranza dei 2/3 dei componenti che confermerebbe senza bisogno di referendum la reale necessità di approvazione della legge o della revisione.

Tra prima e seconda votazione è comunque richiesto l’intercorrere di un tempo di almeno 3 mesi per permettere ai parlamentari di prendere piena coscienza di ciò che è stato votato permettendo una seconda votazione più consapevole.

Fonte: http://sollevazione.blogspot.it/

Link: http://sollevazione.blogspot.it/2014/02/la-mandrakata-di-leonardo-mazzei.html

Letta-ride

Ormai hanno stra-vinto Draghi, la Troika ed il PUdC (Partito Unico della Casta)…

ma l’informazione indipendente continua a fare quello che deve (e che può….).

In contemporanea su una ventina trai primari Blogs economico-finanziari italiani

ecco l’Operazione Verità sui Conti Pubblici Italiani

Premessa:

In questi anni di crisi, oltre alle tasse e al disagio economico e sociale, c’è stata un’altra grande costante che ha tenuto compagnia alle nostre giornate, ai nostri momenti: la menzogna proferita in modo sistematico dai vari governi e dai politici di turno che, in maniera spudorata e vergognosa, hanno reiteratamente mentito e mistificato (e continuano a farlo) circa l’esatta situazione dell’economia e dei conti pubblici, in costante ed inesorabile deterioramento.

È’ chiaro che tutto ciò incorpora evidenti elementi di criminalità, proprio perché tende ad alimentare false aspettative nei confronti degli agenti economici più deboli: i disoccupati con le loro famiglie e le imprese, prime vittime sacrificali di questa crisi.

Proprio per questo, insieme ad altri siti amici, tra i più seguiti in Italia di economia, tutti liberi e senza padroni, abbiamo pensato di lanciare, coralmente, tutti insieme, questo post divulgativo al fine di far ben comprendere l’esatto stato dei conti pubblici e dell’economia.

fonte kappadipicche.com

I grafici che seguono esplicano in maniera esaustiva i clamorosi errori previsionali commessi dai vari governi che si sono alternati negli ultimi 3 anni di cirsi, su Deficit Pubblico, Debito pubblico e Pil Nominale………………….

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a fine stipendio...Riceviamo e pubblichiamo con interesse e preoccupazione la lettera di un nostro lettore.

Aldilà delle teorie economiche esposte su questo blog, vogliamo dare spazio sempre crescente alle persone e alle realtà lavorative, economiche ed imprenditoriali che sono costantemente in crisi. Chissà che non nasca un dialogo costruttivo nell’intento di realizzare una rete ed un modello futuro sul territorio. Siamo qua per questo.

 

Testo della lettera

Buongiorno, vorrei parlare di un fenomeno tragico che sta passando “sottobanco”.  É di queste ultime ore la notizia che il governo si appresta a varare delle procedure per rendere più pesanti le buste paga del 2014. Mi sembrano proclami inutili ed irrealistici, visto che attualmente i fondi a copertura delle azioni di governo sono reperiti da ulteriori tassazioni. Nel frattempo, io mi guardo intorno e vedo cose ben diverse.

Cosa sta avvenendo, in realtà, da diversi mesi a questa parte in Italia nel “mondo” della piccola e media impresa?

Sempre più spesso sento dire ad operai, impiegati e tecnici delle imprese italiane di produzione di beni e servizi per l’industria che sono indietro con la retribuzione degli stipendi da diversi mesi . Lo stesso vale per il mio caso personale. Lavoro per un’impresa di trasporti e sollevamenti della provincia di Milano ed attualmente percepisco in ritardo lo stipendio da diversi mesi. Inoltre, noto che da tempo i lavoratori vengono messi di fronte a quella che è diventata una vera e propria prassi. Vengono messi di fronte alla decisione unilaterale di abbassare il salario attraverso varie forme di rinunce temporanee (e/o permanenti) di parti accessorie della busta paga. Si va dagli straordinari pagati meno rispetto alla quota oraria stabilita, fino alla perdita di rimborsi spese tipo i pasti o le trasferte oppure all’abbassamento della voce del superminimo assorbibile.

Gli imprenditori dicono tutti la stessa cosa: “dato che i nostri clienti non pagano le fatture emesse non abbiamo più liquidità per i salari e le banche non fanno più credito alle imprese per la gestione del personale”.

Allora io mi chiedo: se le imprese non pagano le fatture a chi gli fornisce un servizio od una fornitura a loro volta saranno in difficoltà nel pagare i salari? Mi sembra che si è innescato un sistema che porta a far sì che di fronte allo stallo dei crediti da parte delle banche, porti le imprese (invece di fare fronte comune per ottenere a livello nazionale un trattamento migliore a livello creditizio) a prendere una scorciatoia e scaricano sui lavoratori il divario tra profitto e spesa.

Se le cose stanno così, siamo di fronte ad un evidente volontà di arrivare ad un abbassamento coatto del costo del lavoro.

Del resto, quanto tempo è che Confindustria afferma che il costo del lavoro in Italia è troppo alto rispetto agli altri paesi Europei (e non)? Non è attraverso la cosiddetta detassazione dei costi del lavoro ( vedi irap ecc.), reclamati continuamente dal presidente di Confindustria Squinzi come un Mantra senza alcuna enfasi (sembra ripetere le stesse cose come un automa ad ogni intervento in tv!), bensì facendo direttamente leva nelle tasche dei lavoratori che si sta cercando di abbassare il cosiddetto cuneo fiscale. Oggi sembra che la partita si sia spostata tutta nel campo delle retribuzioni; l’effetto anche se per ora non sembra ancora così generalizzato, promette comunque di esserlo a breve!

Quello che fa più preoccupare è il fatto che tra i lavoratori delle diverse realtà produttive Italiane non ci sia la convinzione che bisogna parlarne e denunciare il fatto; perché se si va a chiedere direttamente agli interessati, difficilmente questi ti diranno che sono in ritardo dal ricevere lo stipendio. Oppure ti diranno che sono stati obbligati a vedere ribassati gli stipendi a fronte di ventilate riduzioni di personale; oppure di chiusure di attività. Argomento che trova terreno fertile, in quanto a volte poi accade anche questo come estrema conseguenza.

É bene fare una considerazione: oggi le parti che si interpongono tra lavoratori e imprese sono i sindacati, i quali sempre meno vanno al nocciolo della questione. Se si vuole veramente rilanciare il lavoro in Italia ed in Europa perché non fanno accenno alcuno alla necessaria rivoluzione e cambio di paradigma sul fondamento stesso del concetto di lavoro? Attualmente tutto si basa sul concetto di somministrazione di lavoro da parte di imprenditori nei confronti di lavoratori e questa relazione è regolamentata attraverso una negoziazione messa in atto da terza parte ovvero il sindacato. Sarà forse per questo che nulla cambia? Sarà perché il ruolo dei sindacati stessi esiste per la storica contrapposizione tra lavoratori e impresa/imprenditori?

Dovrebbe, invece, essere presa la decisione di lanciare un modo nuovo di fare impresa in regime di compartecipazione dei lavoratori e di cambio del concetto di proprietà d’impresa. Io credo che più che distribuzione della ricchezza, si deve ragionare in termini di ridistribuzione della proprietà. Una piccola fettina (oltre una proporzionale redistribuzione dei profitti) deve finire annualmente nella “tasca” del lavoratore per trasformarlo in un piccolo imprenditore che collabora con il proprietario. Così potremmo affrontare su basi di cooperazione quello che fino ad oggi è stato uno scontro, ipocritamente mediato dai sindacati.

Bisogna uscire da questa visione preistorica del lavoro altrimenti possiamo affermare con relativa precisione che il fenomeno per ora ancora sottobanco della distruzione dei diritti dei lavoratori e dell’economia reale presto sarà una realtà con la quale faremo i conti ma sarà troppo tardi per porvi rimedio. Cioè cari imprenditori (scusate la franchezza) presto sarete anche voi vittime del questo sistema; perché se nessuno lavora degnamente, nessuno compra i vostri “favolosi” prodotti.

Russo Luciano

 

Giovanna Uldadeschi - intervento sul Fallimento dell'economicismo, la democrazia formale e la violenza

Intervento di Giovanna Ubaldeschi al Workshop “La Guerra dell’Euro”  del 22 Giugno 2013

Giovanna Uldadeschi - intervento sul Fallimento dell'economicismo, la democrazia formale e la violenza

Giovanna Ubaldeschi – intervento sul Fallimento dell’economicismo, la democrazia formale e la violenza

Grazie all’analisi fatta da Valerio Colombo e Nino Galloni abbiamo compreso meglio la gravità del momento attuale e visto possibili vie d’uscita.

Cosa possiamo fare? Nell’immediato occorre sviluppare un forte movimento di opinione, che possa fare pressione perché questa guerra abbia termine prima che si compia il disastro. Bisogna diffondere la consapevolezza della situazione in cui ci troviamo e smentire le voci rassicuranti che vengono dal governo e dai principali formatori di opinione.
Se questa è una guerra, allora dobbiamo organizzare una sorta di “resistenza” nonviolenta, diversa e multiforme, basata sull’auto-formazione e sulla diffusione di strumenti informativi di buon livello e facilmente comprensibili. Tutto questo con molta urgenza.

Ma bisogna andare oltre, perché non ci interessa ritornare alla situazione da cui veniamo, cercare di restaurare il modello sociale e politico che ha prodotto, o ha consentito che si producesse, questa tragedia.

Occorre dirigersi senza esitazioni verso la realizzazione della democrazia reale. “La sovranità appartiene al popolo”, recita la nostra Costituzione… ebbene, allora il popolo deve conquistare la propria sovranità. È chiaro che non è più possibile continuare a delegare tale sovranità in bianco e affidarla interamente ai politici, con la possibilità di revocarla solo alle elezioni successive. E questo non perché la “casta” sia corrotta (falso argomento che delegittima la rappresentatività democratica e apre la strada a pericolose derive autoritarie), ma perché la classe politica è infiltrata dagli interessi del capitale finanziario, ha tradito il mandato ricevuto dagli elettori e non ci sono garanzie che non continuerà a farlo, indipendentemente dalle persone che la compongano, fino a che non cambieranno le forme della partecipazione democratica e i cittadini non acquisiranno il potere reale.
Alle forme della Democrazia Rappresentativa devono aggiungersi quelle della Democrazia Diretta:

  • referendum propositivi, abrogativi e confermativi;
  • consultazione vincolante della popolazione di fronte a ogni decisione rilevante in materia economica, politica o sociale;
  • elezione diretta dei tre poteri dello Stato;
  • decentralizzazione;
  • rappresentatività delle minoranze;
  • revoca dei mandati;
  • responsabilità politica.

 

In un regime di Democrazia Reale il potere risiederà nella base sociale e gli eletti, a tutti i livelli, saranno davvero dei rappresentanti dei cittadini che avranno soltanto il compito di coordinare e implementare le loro decisioni.

Potrebbe nascere una società completamente nuova, che persegua il bene comune e non la difesa degli interessi particolari di quell’1% che oggi detiene il potere economico. Anzi, uno Stato in mano ai cittadini saprebbe disciplinare il capitale finanziario, impedire la concentrazione della ricchezza e stabilire una nuova alleanza tra capitale produttivo e lavoro; potrebbe imboccare la strada di uno sviluppo sostenibile e garantire ad ogni essere umano di avere una vita dignitosa assicurando a tutti, in primo luogo, il diritto a salute ed educazione gratuite e del massimo livello.

Ma alcuni scettici sostengono che la società non sia pronta per la Democrazia reale e… non hanno tutti i torti. Vi immaginate cosa potrebbe accadere se la si applicasse adesso, in questa giungla governata dal principio del “tutti contro tutti”?

Non siamo pronti, ma questa crisi, questa guerra, può costituire una grande occasione per generare nelle persone un cambiamento profondo, a  partire dal quale l’esercizio della sovranità popolare potrebbe diventare il motore di un autentico progresso.

Le grandi crisi, sempre, hanno indotto alla riflessione, alla revisione dei propri errori, sia nel caso di crisi sociali, sia in quello di crisi personali. Dopo le guerre c’è la ricostruzione, si può rifondare la società; dopo la seconda guerra mondiale, per esempio, c’è stato un momento molto importante di rinnovamento di valori, basta pensare alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e, qui da noi, alla Costituzione, che furono scritte subito dopo la fine del conflitto.

E quante volte, nel mezzo di una crisi personale profonda, abbiamo detto a noi stessi “Questa cosa non la farò mai più” e ci siamo lanciati verso qualcosa di nuovo?

Le crisi non sono sempre un male, sono anche un momento nel quale ciò che si credeva prima si destabilizza e il cambiamento diventa possibile.
Per poter creare una società nuova dobbiamo abbandonare i valori sui quali si regge quella attuale, ma per abbandonarli dobbiamo prima riconoscerne il fallimento.

Forse non è tanto difficile ammettere il fallimento del sistema sociale, economico e politico nel quale viviamo, soprattutto ora che ha gettato la maschera e si è rivelato per ciò che realmente è: un sistema completamente inumano e spietato.
Più difficile, invece, è ammettere il fallimento di questo sistema dentro di noi. E che cosa è fallito, o cosa deve fallire, in noi? Un sistema di credenze.

Non voglio annoiarvi dilungandomi su temi che tutti conoscete bene, ma vorrei solo brevemente ricordare che le credenze, ciò che crediamo di noi stessi, degli altri, dell’esistenza umana, del mondo, di cosa ci renderà felici, configurano la realtà di ciascuno e orientano la sua azione nella vita. Ovviamente, quando si tratta di credenze tanto diffuse da caratterizzare un orizzonte culturale, larghe fasce della società concordano nella stessa visione del mondo.
Quando le cose vanno male, quando vanno molto male, come accade in questo momento, le credenze che finora ci avevano guidato crollano e noi sperimentiamo il loro fallimento, cioè riconosciamo che quello che credevamo valido e indubitabile, in verità non lo era.
Il fallimento non ha un buon sapore, anzi, è doloroso; per di più, socialmente è considerato una tra le peggiori disgrazie. Essere un fallito… tremendo! Non si è riusciti a realizzare quello che si doveva realizzare e, inoltre, non si è più in condizione di riprovarci, perché il fallimento è considerato uno stato definitivo. Chi ci cade, non ne esce più. Ha perso tutte le occasioni.
Invece è vero il contrario. È solo grazie al riconoscimento del fallimento, che possiamo liberarci da un sistema di credenze che non ha funzionato e aprire la coscienza alla ricerca di qualcosa di nuovo, alla ricerca di un nuovo sguardo, di una nuova realtà da costruire.

Ora vorrei proporvi di riflettere insieme su alcune delle credenze che, secondo me, sono fallite definitivamente e che è meglio abbandonare al più presto se vogliamo andare verso qualcosa di nuovo. Sicuramente molte delle credenze che elencherò non vi appartengono, ma forse qualcuna sì…

Credenza di vivere in una democrazia.

Credenza nel sistema rappresentativo, nel fatto di dover delegare le questioni importanti agli specialisti.

Credenza che l’Europa potesse continuare a vivere nel suo orticello felice, mentre nella maggior parte del pianeta si pativano la miseria e le guerre; e che mai a noi europei sarebbero stati sottratti i diritti e il benessere di cui godevamo.

Ora viene un pacchetto di credenze abbastanza stupide: quelle neoliberiste, che si sono installate negli anni ’90 e che ancora molti formatori d’opinione irriducibili proclamano. Anche se sono in vertiginosa decadenza, qualcuno ci crede ancora:

Credenza che, grazie al liberismo finanziario, la ricchezza si sarebbe moltiplicata e travasata verso la base sociale e ognuno sarebbe potuto diventare ricco

Credenza che il liberismo sia l’unico modello economico possibile.

Credenza nell’auto-regolazione dei mercati, entità sagge e neutrali.

Credenza nel “costo del denaro”, cioè che sia giusto prestare denaro con interessi (usura).

Credenza che lo Stato sia d’intralcio alla prosperità della popolazione.

Infine, alcune credenze più profonde:

Credenza nel Paradigma economicista, cioè ubicare l’economia come centro di gravità della vita delle persone e dei paesi, quando dovrebbe semplicemente svolgere la funzione pratica di produrre e amministrare risorse, subordinata a un progetto sociale che metta al centro le persone e i loro bisogni.

Credenza nell’individualismo, nel “mi faccio i fatti miei”, “non faccio male a nessuno”, “se starò alle regole me la caverò”. Gli altri sono concorrenti e nemici.

Credenza che il sistema sia migliorabile, che possa essere riformato senza metterlo in discussione dalle radici.

Credenza che la violenza sia una componente essenziale della “natura umana” e che non la si possa eliminare, ma soltanto mitigare. Questa credenza porta inevitabilmente a giustificare il fatto che la violenza pervada i rapporti sociali, quelli economici e quelli interpersonali. La si accetta come un dato di fatto.

Ora, lasciando perdere i paradigmi di stampo neoliberista, che stanno crollando da soli e che certamente nessuno qui condivide, credo che valga la pena di riflettere un po’ più profondamente sul fallimento di tre grandi paradigmi appena citati: la democrazia rappresentativa (che possiamo definire anche democrazia formale), l’economicismo e la violenza. Essi costituiscono il cuore di un modello sociale, culturale e  politico che ha permesso al capitale finanziario di appropriarsi del potere e di dominare le vite di miliardi di persone sul pianeta, condannandole alla miseria e all’emarginazione.
Sono i paradigmi di fondo di un sistema che ha fallito, perché non porta alla felicità, perché è mostruoso e crudele.
Democrazia formale, economicismo e violenza sono i paradigmi che devono essere messi in discussione, se vogliamo non solo uscire dalla crisi attuale, ma anche e soprattutto dare origine a un nuovo modello di società.

Ma come troveremo la strada verso questo modello? Quale sarà il nuovo sistema di credenze che lo ispirerà?

Difficile saperlo. Posso dirvi come lo vorrei io, come lo vorremmo noi umanisti: un sistema di credenze che abbia le radici nella profondità di noi stessi e sia espressione di una nuova spiritualità, che affermi che la vita ha un senso.
Un sistema di valori che ponga il principio “Tratta gli altri come vuoi essere trattato” alla base di una nuova etica e riconosca che non ci sarà progresso, se non sarà di tutti e per tutti.
Una cultura che rifiuti la violenza in tutte le sue forme, fino al punto di farci sentire ripugnanza fisica verso di essa.

C’è una nuova sensibilità che si sta manifestando oggi nel mondo, la intravediamo nelle proteste giovanili in Spagna, Turchia, Grecia, Brasile, l’abbiamo vista in Nord Africa. Questa sensibilità chiede un cambiamento profondo e lo fa senza violenza. Chiede libertà, pace, solidarietà e uguaglianza di diritti per tutti. Tanti piccoli “io” separati si uniscono in un grande “noi” molto potente. Sono focolai di qualcosa di nuovo che si fa strada nel nostro mondo.

Per finire, vorrei leggervi alcune parole, pronunciate da Silo, il mio Maestro e fondatore del Movimento Umanista, nel 2005:

“In alcuni momenti della storia si leva un clamore, una straziante richiesta degli individui e dei popoli. Allora, dal Profondo arriva un segnale.  Magari questo segnale fosse tradotto con bontà nei tempi che corrono, fosse tradotto per superare il dolore e la sofferenza. Perché dietro questo segnale stanno soffiando i venti del grande cambiamento”.

Che la risposta al clamore dei popoli sia tradotta con bontà…

Testo intervento di NINO GALLONI.

Visione dell’euro

Allora, dicevo, prima di tutto sgombriamo il campo da un equivoco, che può riguardare anche la mia posizione sull’Euro, io considero l’Euro un qualcosa di mal fatto, mal nato e mal pensato, che come poi dirò meglio non è neanche una moneta, è un insieme di regole sbagliate, che in parte sono state applicate in modo miope e in parte non sono applicabili.
E questa è una visione direi storico-razionale della cosa, come cercherò poi di dimostrare nella prima parte di questo mio intervento, poi ci sono altre due posizioni sull’Euro, più o meno irrazionali, sicuramente la più irrazionale è quello della difesa, come dire apodittica, incondizionata
e acritica, dello stesso, di cui tu hai parlato prima e non aggiungo nulla. Poi c’e un’altra posizione che è in parte irrazionale, in parte no, che è quella dei complottisti per cui l’Euro sarebbe il frutto di un progetto che, come dire, poggia le sue radici negli anni ‘30 e in una visione di asservimento dell’Europa, meditata in ambito di alcuni circoli esoterici che però poi ci ritroviamo a dirigere il Bilderberg e altre situazioni.
Perché non condivido pienamente questa visione complottista, perché nella mia lettura di ricercatore dei fenomeni storici ed economici, ma anche nella mia esperienza di direttore del ministero del lavoro, mi sono accorto che questi cosiddetti poteri forti, non sono forti per niente se trovano qualcuno che li contrasta. Quindi da una parte la loro preoccupazione è quella di piazzare personaggi a loro favorevoli che non li contrastino, dall’altra però quando poi per eventi vari, che si chiamino Roosvelt, si chiamino Kennedy o via dicendo, c’è qualcuno che li contrasta, chiaramente questi poteri forti perdono completamente questa loro prerogativa.
Quindi il fatto che siano gnomi della finanza, dell’alta finanza i Rockefeller, i Rothschild eccetera, che stiano li a tramare contro l’umanità è ampiamente dimostrato, ma che poi l’effetto dei crimini contro l’umanità sia ascrivibile in modo diretto, continuativo e sistematico alle loro riunioni, alle loro trame, alle loro chiacchierate, questo mi lascia delle notevoli perplessità; e con ciò non voglio stroncare la posizione complottista, sia chiaro, o la ricostruzione di eventi e di fatti di un certo tipo.
[…]

L’evoluzione degli accordi monetari
Allora riprendiamo il filo del discorso e vediamo come siamo arrivati anche all’Euro, ma questo lo farò rapidamente visto che in pratica è più un ripasso quello che sto cercando di fare.
Partiamo come al solito dal 1944, in cui vengono decise due cose: una più importante e una più conosciuta. La cosa più importante è che i paesi leader del pianeta, che sono quelli che poi ribadiranno i loro accordi poco dopo a Yalta, si rendono conto che, per far crescere l’economia mondiale, occorre
che i paesi leader, i paesi forti aiutino quelli che vogliono dotarsi di un apparato industriale o comunque essere autonomi economicamente.
Si parla di apparato industriale perché come potrete intuire negli anni 40 il clou dell’economia non era tanto l’agricoltura o i servizi, ma era l’industria pesante, l’industria metalmeccanica, in parte l’industria petrolchimica che cominciava.
La seconda cosa è quella più conosciuta e che riguarda la moneta, cioè, al di là di quella che era la posizione di Keynes che fu battuta e superata da quella di White si decise di agganciare il dollaro, secondo un rapporto fisso di 35 dollari appunto per un oncia di oro, all’oro e, conseguentemente, tutte le altre valute che erano agganciate in modo fisso, a cambio fisso, con ’oro potevano corrispondere a quel valore che era necessario per garantire almeno ai non residenti di convertire la propria moneta in dollari e i dollari in oro.
Abbiamo un quasi trentennio di grande sviluppo, in cui sicuramente il Paese che fa progressi maggiori è l’Italia, la quale si troverà appunto negli anni settanta ad aver superato inaspettatamente l’Inghilterra, avvicinare la Francia, minacciare da un punto di vista della sua competitività la Germania, ma l’anno più importante di cui tu hai parlato è il 1971, quando cade uno degli elementi fondamentali, ma non il più importante, degli accordi di Bretton Woods e cioè la convertibilità in oro del dollaro per i non residenti.
Perché è importante questa data? Perché dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che le teorie cartaliste erano erano corrette, cioè che fondamentalmente la moneta poteva esistere senza avere un valore intrinseco, poteva essere un pezzo di carta che per convenzione o per corso forzoso, per legge, veniva come dire utilizzata pro soluto o pro solvendo, a seconda dei casi, di tutti i debiti.
Ma perché questo avviene nel 1971? Perché è a partire da quel periodo, anno più, anno meno, per la prima volta nella sua storia, perlomeno nella sua storia plurimillenaria, perché poi c’e una storia anche precedente dell’umanità, l’umanità si trova a superare le condizioni di scarsità materiale.
Cioè i beni e i servizi, parliamo del cibo, parliamo di vestiario, parliamo di mezzi di trasporto potenzialmente non sono più scarsi, cioè ce n’è più che abbastanza. Questo fa si che ovviamente, mentre in precedenza la centralità nell’economia fosse del produttore, perché comunque c’era domanda e, quindi, è l’offerta che corrispondeva, alla domanda perché la domanda comunque rimaneva parzialmente insoddisfatta; dopo questa data la centralità è nella capacità di vendita dei prodotti e quindi sembrerebbe rafforzarsi l’enfasi assicurata dalla teoria keynesiana al momento appunto della domanda del consumo e via dicendo.
E qui tornano anche come dire alla memoria le ricerche di quel Kontradieff che infondo aveva preceduto Keynes di almeno 10 anni, pur facendo una brutta fine perché aveva sbagliato Paese.

Bretton Wood
Però, ecco qui, negli anni 70 che cosa succede? Succede che a questo sganciamento dell’oro dal dollaro e alla ripresa delle classi medie all’interno dei singoli Paesi, occidentali, di cui hai parlato tu – ma c’è anche un forte come dire subbuglio che proviene di Paesi produttori di petrolio – per cui comincia una fase definita dagli studiosi di erraticità dei cambi. In realtà che cosa succede durante gli anni ‘70? Che i paesi più deboli non riuscendo a vendere all’estero abbastanza o perché stanno importando troppo devono svalutare la propria valuta, la propria moneta, mentre i paesi forti avendo un eccesso di esportazioni e via dicendo, devono rivalutarla. Però pian piano, durante gli anni ’70, e si arriverà al G7 fondamentale del 1979, si va alla rottura della logica lungimirante e di equilibrio di Bretton Woods, cioè si arriva all’idea, di cui è come dire il principale testo di riferimento “Il dibattito proibito” di Fitoussi, al fatto che ciascun Paese dev’essere responsabile dell propria bilancia dei pagamenti. Questo vuol dire che se un Paese debole non riesce ad equilibrare la sua bilancia commerciale dovrà aumentare il tasso di interesse per attirare i capitali e riequilibrare la bilancia dei pagamenti. La bilancia dei pagamenti ha fondamentalmente due componenti, quella commerciale – import export – e quella dei capitali. Quindi se non riesce a riequilibrare con la bilancia commerciale deve riequilibrare con la bilancia dei pagamenti. Viceversa i paesi forti, non dovendo più rivalutare il proprio cambio, abbassano il tasso di interesse, perché non sono interessati a ricevere ulteriori capitali, perché la loro bilancia è già in equilibrio.

La farsa della crescita economica insostenibile
Il risultato di questa politica è invece il disequilibrio cronico perché si crea un sistema che come tale è insostenibile a differenza del precedente. Perché i Paesi deboli diventano sempre più deboli – perché aumentare il tasso di interesse significa fare meno investimenti e diventare meno competitivi, quindi peggiorare la propria bilancia commerciale e quindi dover accelerare sul pedale dell’aumento dei tassi di interesse – viceversa i paesi forti diventano sempre più forti perché riducendo il tasso di interesse hanno maggiori opportunità di investimenti anche tecnologici e anche di crescita della propria competitività.
Con gli anni ‘70 emergono fondamentalmente 3 o meglio 4 grosse tendenze culturali le quali poi saranno all’origine di tutte le rovine successive. La prima è che scoperto che non ci sono più limiti materiali, ovvero monetari, alla crescita dell’economia, si impone un altro limite che è quello ecologico, dell’ambiente. Quindi nascono, con il Club di Roma o meglio Peccei e un certo tipo di ambientalismo o ambientalismi, la teoria diciamo così neo malthusiana secondo la quale la crescita dell’economia e delle industrie in tutti i Paesi del Pianeta, vedi India, vedi Cina e via dicendo, sarebbe insostenibile per le risorse del pianeta e per la sostenibilità dei livelli di inquinamento. In realtà le equazioni o l’equazione che propone il Club di Roma è un’equazione non corrispondente alle cose. E’ un equazione lineare in cui aumentando la produzione aumenta proporzionalmente la quantità di agenti inquinanti e il consumo delle risorse, per cui si arriva a un punto in cui non è più sostenibile il modello. L’economia non funziona così. L’economia è una funzione che all’aumentare delle quantità produttive diventa conveniente introdurre delle tecnologie che risparmino le risorse più scarse e che riducano la quantità di agenti inquinanti per unità di prodotto, soprattutto se ci sono delle politiche in tal senso, che lo impongano ovviamente. Quindi se io imprenditore so che ho una legge che mi impone di ridurre e abbassare l’inquinamento, io devo introdurre le tecnologie per evitare di pagare multe, tasse e via dicendo. Questo è il punto. Quindi l’equazione che esprime come lo sviluppo, soprattutto industriale, determini inquinamenti o consumo di risorse pregiate o scarse o non rinnovabili non è un equazione lineare. E’un’equazione differenziale con derivate parziali per cui ,in effetti, il problema è se tutti quanti fanno una politica che renda conveniente l’introduzione di tecnologie sempre più avanzate, in grado di risparmiare risorse pregiate per unità di prodotto, ovvero quantità di inquinanti per unità di prodotto. Questo è il cuore della faccenda.

Il rapporto inflazione/moneta era valido nel 1500
La seconda ondata culturale nefasta è quella che riguarda il rapporto tra aumento dei mezzi monetari e inflazione, cioè che ci sia un rapporto diretto fra le due cose. In realtà con il legame della moneta con l’oro la difficoltà per definire la giusta quantità di moneta nasceva proprio dal fatto che l’equazione è un equazione differenziale con derivate parziali rispetto al problema della quantità di oro che c’era nel valore intrinseco della moneta. Dopo il 1971 invece l’equazione che descrive la quantità di moneta diventa un’equazione lineare. Cioè ci vuole tanta moneta quanta ne domandano gli investimenti buoni e necessari che si vanno a ipotizzare. E quindi la teoria che l’aumento della moneta determini un aumento di inflazione dimostra tutta la sua infondatezza. E infatti chi la sostiene vince il premio Nobel per quelle che sono le contraddizioni della specie umana…
E in effetti il rapporto tra mezzi monetari e inflazione è determinato dalla quantità di beni e servizi che questa moneta è in grado di comperare. Se, cioè, i beni e servizi sono scarsi come poteva essere nel passato è chiaro che l’aumento di mezzi monetari determina inflazione. Ma non perché si inflazioni la moneta, ma perché non ci sono i beni e servizi da comprare e quindi la scarsità determina l’innalzamento dei loro prezzi. Faccio sempre l’esempio di quello che successe in Europa durante il 16° secolo quando arrivarono metalli preziosi dalle Americhe, dal nuovo mondo, e furono monetati. La gente andava a comprare beni, soprattutto cibo e vestiario, ma non c’erano perché le capacità tecnologiche del tempo non erano in grado di corrispondere al tipo di bisogni che venivano veicolati da questa nuova moneta. E quindi ci fu la botta inflattiva tremenda eccetera.

Il “modello renano” ma solo per pochi
La terza ondata diciamo così culturale che ci interessa e che caratterizza gli anni ’70 è l’abbandono del modello delle economie di scala. Cioè, in nome del fatto che ci sono le rigidità produttive e dall’altro, del quarto elemento, diciamo così, di cambiamento culturale di quel periodo – e cioè la diversificazione e la segmentazione della domanda da parte dei consumatori che, durante gli anni ’60, ovviamente, hanno cominciato ad imporre i loro gusti e la diversificazione delle loro richieste – viene messo in crisi il modello delle economie di scala e quindi il modello dei costi decrescenti che ha caratterizzato lo sviluppo capitalistico fino a quel periodo. In realtà non è che cambia questa caratteristica dello sviluppo capitalistico, ma viene a cambiare il substrato culturale fondamentale. Fino a quel punto la forza e la caratteristica del Paesi cosiddetti a democrazia industriale, industrializzati, o sviluppati o in vario modo definiti stava nel fatto che i sindacati imponevano e ottenevano aumenti salariali. Conseguentemente il lavoro diventava una risorsa sempre più costosa e diventava conveniente introdurre tecnologie per risparmiarlo. Questa innovazione tecnologica a sua volta garantiva profitti, salari alti, tasse che potevano servire per sviluppare i servizi sociali, per cui tutto il sistema si basava su questa distribuzione dei guadagni di produttività, che è tipica delle economie di scala, delle teorie dei costi decrescenti e anche del cosiddetto modello renano. Perché poi è curioso che la Germania applichi un modello a se stessa di bassi tassi di interesse, di alti investimenti tecnologici, di elevati salari e di spesa pubblica in equilibrio e poi non voglia che quello stesso modello possa essere applicato dai paesi vicini. Questa è un’altra di quelle contraddizioni.

Richiesta la riduzione della democrazia
Dunque, questi 4 fenomeni di cui abbiamo parlato e, allora, in nome dell’alternativa, cioè, praticamente, della teoria invece dei costi crescenti, vengono richiesti riduzioni di democrazia, di presenza dei sindacati e degli stessi salari dei lavoratori. Perché se i costi sono crescenti e c’è la globalizzazione il mantenimento di elevati salari determina perdita di competitività e, conseguentemente, chiusura delle aziende. Questo è il motivo su cui e stata poi favorita e introdotta la nuova politica del mercato del lavoro.

La separazione tra Banche Centrali e ministeri del Tesoro per creare debito pubblico
Con, adesso non sto qui a ripetere, appunto l’81 e la netta separazione tra le Banche Centrali e i problemi di fabbisogno dei Tesori, dei Governi, però va appunto sottolineato il caso italiano perché – mentre noi avevamo lo stesso regime che aveva per esempio l’Inghilterra – durante gli anni ’80 la Banca d’Inghilterra, se il Governo era in difficoltà, stampava Sterline, mentre la Banca d’Italia non solo non stampava più Lire, ma non comprava neanche più – come hai ricordato e poi come ho scritto anche in un mio testo – i Titoli. Per cui se ad un asta non veniva venduto il 100 per cento dell’offerta, veniva venduto per esempio l’80 per cento, sull’altro 20 per cento aumentavano i tassi d’interesse e poi su tutta l’offerta veniva applicato quel tasso di interesse.
Questo è il meccanismo cosiddetto dell’asta marginale che ha prodotto quell’innalzamento degli interessi per cui poi il nostro debito pubblico è esploso. E poi è culminato nella nota vicenda dell’89 in cui ci fu l’accordo – come lo ricordo en passant, perché adesso credo che la maggior parte di voi abbia visto anche quei video dove io approfondisco anche la mia esperienza personale al Ministero dell’Economia, che allora si chiamava in un altro modo, ma non cambia la sostanza – in cui praticamente l’accordo tra Mitterand e Khol: Mitterand che si preoccupava di indebolire la competitività della Germania, ma in cambio era disposto ad appoggiare la riunificazione dopo o con la caduta del muro di Berlino. Finché poi, alla fine, anche Andreotti abbandona la posizione filo-americana ed euro-scettica e diventa anche lui dalla stessa parte diciamo così di Guido Carli, diciamo di Ciampi ecc., che erano quelli che io chiamo gli euro-estremisti che avrebbero in seguito portato fino all’Euro. Non si è capito bene se sia stato scaricato dagli americani o se li abbia scaricati lui, il risultato non cambia e, praticamente, in Italia inizia una deindustrializzazione forzata per consentire all’accordo fra Khol e Mitterand di essere, come dire, operativo. Quindi noi assistiamo durante gli anni novanta alla svendita di tutto il nostro patrimonio industriale. Pensate che industrie leader mondiali venivano vendute, appunto, o meglio svendute al valore di magazzino, come se fossero delle aziende decotte o perse, per cui poi c’era tutta la campagna,chi è più anziano se la ricorda, contro le partecipazioni statali, contro l’industria pubblica; quando invece poi queste partecipazioni statali, con tutti i loro lati oscuri in termini di corruzione, di nomine eccetera, che erano mostruosi, però avevano e hanno contribuito a far grande l’Italia in quel senso perché, comunque, erano considerate imprese altamente competitive sui cosiddetti mercati internazionali.
Che adesso di queste cose ne abbiamo solo dei resti, tuttavia ancora abbastanza efficienti.

1992: le banche fanno da ammortizzatore sociale per prolungare l’insostenibilità del sistema
Quindi nel ’92 va in crisi quel modello che aveva sostituito gli accordi di Bretton Woods secondo cui i Paesi deboli dovevano aumentare i tassi di interesse per riequilibrare la bilancia dei pagamenti e i Paesi forti potevano ridurre per non rivalutare i tassi d’interesse e quindi si rafforzavano. Nel settembre del ’92 c’è la crisi del mercato obbligazionario e la fine di quel modello diciamo monetario. Nel frattempo che cosa è successo? Che i redditi delle famiglie si sono ridotti del 40 per cento; questi sono i dati della situazione che conosco di più degli Stati Uniti d’America e, quindi, praticamente, si sarebbe dovuta ridurre alla fine degli anni ’80, all’inizio degli anni ’90 l’economia, la domanda e conseguentemente la produzione ugualmente del 40 per cento, quindi la crisi doveva cominciare con il crollo del mercato obbligazionario. Invece che cosa succede? Succede che le Banche fanno da ammortizzatore sociale cioè prestano alle famiglie denaro con il quale le famiglie vanno a comprare i titoli in Borsa e con i guadagni di Borsa finanziano la differenza fra i loro redditi da lavoro – ridotti a causa della flessibilizzazione ben del 40 per cento – e il livello dei consumi che viene ripreso. E pagano anche gli interessi ovviamente alle banche che hanno fatto il prestito.
Il boom della Borsa che va dal 1992 al 2001 deriva dal fatto che si sviluppano queste nuove tecnologie, che i tassi d’interesse appunto sono crollati, quindi riprendono gli investimenti, ma il mercato anche borsistico e quindi la proprietà delle imprese viene dominata dai grandi fondi pensione, dai grandi investitori istituzionali, i quali comprano pacchetti di controllo. Mentre il singolo risparmiatore o le famiglie di cui ho parlato prima comprano, come potrebbe capitare a chiunque di noi se avessimo risparmi in esubero, partecipazioni di minoranza e quindi ci accontentiamo di una certa remunerazione del capitale, invece gli investitori istituzionali, i fondi pensione si sentono obbligati nei confronti dei loro sottoscrittori a mantenere gli impegni che avevano preso nel decennio precedente quando i tassi obbligazionari erano intorno al 7 per cento reale. Quindi impongono al management delle imprese di raggiungere questo 7 per cento.

Il saggio di profitto non è più rischio di impresa, ma è anticipato scaricando il rischio sulla società
Quindi praticamente lo shift off da obbligazioni ad azioni fa sì che il profitto – o meglio il saggio del profitto che nel capitalismo come lo avevamo conosciuto fino a quel tempo è una conseguenza del rischio dell’impresa e, quindi, giustifica che l’imprenditore o l’impresa lo incameri perché ha affrontato un rischio, dando un contributo sociale all’occupazione, alla produzione, eccetera – con il ’92 e con la presenza sui mercati dei capitali dei grandi investitori istituzionali, dei grandi fondi pensione, viene abbandonato quel modello culturale. Cioè in sostanza il rischio viene scaricato sulla comunità, sia lo Stato, siano le famiglie e il profitto viene anticipato rispetto al ciclo del prodotto, cioè: mi devi dare il 7%; obiettivo che non è difficile da raggiungere in quei campi di alta tecnologia, innovazione eccetera, dove si fa più profitto in pratica o nelle nicchie, ma che praticamente è impossibile da conservare o da mantenere nella gran parte dell’economia che è cosiddetta tradizionale e cioè produzione di commodities e altro. Per cui si impone il taglio dei lavoratori più anziani e più esperti, si chiudono i centri di ricerca e questa economia entra in crisi. Noi economisti non ci spiegavamo com’è che dopo il ‘92 non aumentava l’occupazione. Noi ci aspettavamo che con la riduzione dei tassi d’interesse sarebbe ripresa l’occupazione, invece l’occupazione continuava a calare per via di questo meccanismo che all’inizio fu sottovalutato, soprattutto dalla sinistra, che invece vedeva negli investitori istituzionali una forma di capitalismo più adatto, più moderno rispetto a quella del vecchio imprenditore o del vecchio capitalismo, anche a partecipazione statale di tipo manageriale. Ma, invece io mi ricordo che quando cominciai la mia esperienza, nei lontani anni ‘70, quei manager si vantavano di aver assunto 1000 persone, 1500 persone, fosse nelle ferrovie, fosse nel settore elettrico, nell’energetico, all’Eni, all’Iri e via dicendo, mentre il manager di oggi si vanta di avere licenziato 1000, 1500 persone proprio per soddisfare quello che è il vero padrone dell’impresa che è in fondo il fondo pensione. Abbiamo avuto tanti casi in Italia di aziende che erano leader mondiali in alcuni comparti, come per esempio quello delle turbine, a livello appunto mondiale, che sono state massacrate queste aziende perché dovevano portare il 7%. Quindi il fatto che fossero competitive, che portassero un profitto, che innovassero e via dicendo non serviva al proprietario, serviva al proprietario il 7%, raggiunto in qualunque modo, anche distruggendo il futuro delle aziende. Quello che poi è puntualmente successo, il motivo per cui c’è tutta questa perdita di posti di lavoro e via dicendo non è per la competitività, perché queste imprese sarebbero competitive sui mercati internazionali, cioè guadagnerebbero di più di quello che costa tenerle in piedi e i loro prodotti sarebbero domandati dai cosiddetti mercati internazionali. Però il profitto e il saggio di profitto che garantiscono è inferiore a quello richiesto dai proprietari e quindi vengono chiuse, smantellate, massacrate e ridotti i posti di lavoro, chiusi i centri di ricerca, bloccate le strategie di espansione perché sarebbero strategie di massimizzazione del profitto e del prodotto che sono incompatibili con quelle di massimizzazione del saggio del profitto. Questo è il punto fondamentale che ovviamente ci riporterebbe direttamente a Marx se volessimo approfondire l’argomento.
Arriviamo all’inizio, diciamo ufficiale, di questa crisi, cioè al 2001. Nel 2001, inaspettatamente, gli operatori e gli osservatori di Borsa notano che i profitti declinano, anche in quelle aziende altamente tecnologizzate e che avevano, fino a quel momento, per 9 anni, garantito il boom della borsa stessa, che i profitti cominciano a declinare. A quel punto cominciano a svendere, comincia la speculazione al ribasso, comincia quella che volgarmente chiamiamo la crisi.

Anni ’90: le banche d’affari riprendono a “cibarsi” dell’economia reale
Nel frattempo, però, altro grande errore strategico, era stata varata la banca universale. Cioè si era passati dalla regolamentazione che aveva funzionato fin dagli anni ‘30 di netta separazione tra i soggetti che fanno interventi sui mercati speculativi, finanziari, dei capitali e quelli che devono assicurare il credito all’economia. Questa cosa negli anni ’90 viene superata e le banche vengono riunificate. In quegli anni, quindi, le banche che cosa hanno fatto? Hanno convinto i loro clienti a comprare titoli di vario genere garantendo un certo rendimento, superiore ovviamente a quello dei depositi e dei conti correnti. Nel momento in cui inizia la crisi e la speculazione al ribasso quegli impegni non possono essere mantenuti; a meno che si facciano operazioni di derivazione, in cui le banche sono maestre, ma che nella storia avevano sempre riguardato brevi periodi, diciamo un trimestre, un semestre di catena di sant’antonio per garantire il rendimento ai vecchi clienti, attraverso l’acquisizione di nuovi clienti e altre operazioni più o meno spavalde di finanza creativa.

La ripresa economia non è mai arrivata, ma questa bugia è servita a qualcuno…
In realtà, di trimestre in trimestre e di semestre in semestre, gli studiosi, i centri di ricerca, gli economisti, gli osservatori, le agenzie di rating, cioè tutta gente sui libri paga delle banche stesse, prevedevano che di lì a poco ci sarebbe stata la ripresa. Nessuno ha mai spiegato perché di lì al trimestre successivo, di lì al semestre successivo, di lì all’anno successivo ci sarebbe dovuta essere questa ripresa. E le banche quindi hanno continuato a fare operazioni di derivazione, anno per anno, mese per mese. E sono 12 anni di questa storia. Abbiamo praticamente 700 mila quasi 800 mila miliardi di dollari di derivati e 3 milioni e due, 3 milioni e 3 di miliardi di dollari di titoli tossici. La somma di queste due voci porta a 70 – 72 volte il PIL mondiale, per renderci conto di che cosa stiamo facendo.
Nel 2008 c’è la crisi di liquidità di cui hai parlato e che era stata preveduta dal mio libro del 2007 Il grande mutuo, le ragioni profonde della prossima crisi finanziaria. Praticamente che cosa succede? Succede che la massa diciamo di liquidità che le banche come operatori speculativi perdono sui mercati finanziari supera, per la prima volta, la massa di liquidità che le imprese, le famiglie e l’economia criminale -che fa parte del gioco-immettono nelle banche come depositi e come conti correnti. A questo punto siccome ciascuna banca sa che la vicina fa lo stesso e che non ha liquidi, salta il sistema interbancario. E lì poteva essere la fine dell’incubo, una fine probabilmente grave, ma forse, per l’economia reale, meno grave di quello che possiamo immaginare. Per esempio, quando c’è stata la crisi della Parmalat, è stato un disastro per i risparmiatori come sappiamo. Però, siccome il pubblico ha continuato a comprare il latte, i formaggi, yogurt eccetera della Parmalat, i lavoratori quasi non se ne sono neanche accorti e neanche consumatori. La Parmalat ha continuato a produrre e a vendere i suoi prodotti che sono apprezzati dal cosiddetto mercato. Quindi, la crisi finanziaria potrebbe essere un qualcosa di molto meno tragico per l’economia reale che non continuare in questo modo, in cui il drenaggio delle risorse dell’economia e la ottusità delle banche, che credono di guadagnare di più sui mercati finanziari e non danno credito all’economia, provoca appunto il cosiddetto credit crunch che è sostanzialmente un modo certo per strangolare l’economia reale.
Ora, da quel momento si è scoperto, poi, nell’estate del 2011, perché fino a quel momento non ne avevamo consapevolezza – attraverso il Government Accountability Office, che sono i controllori della FED – che la FED aveva praticamente autorizzato mezzi monetari a favore delle banche, soprattutto europee, per 16 mila miliardi di dollari, dal 2009 al 2011, quindi in tre anni 16 mila. 16 mila milardi di dollari è di più del PIL americano; e più di tutto il debito pubblico degli Stati Uniti d’America. Nel settembre di quell’anno arriva il numero due della FED e chiede di partecipare al Vertice europeo che si svolge in Polonia e viene cacciato fuori. Trichet e i vertici della Commissione sostengono che mai e poi mai l’Europa potrà accettare quella che è la linea di quantitative easing della FED e della Banca Centrale del Giappone.
Il 15 settembre del 2011, quindi, la FED annuncia la nuova teoria: sosterremo illimitatamente le esigenze di liquidità delle banche ed esortiamo la BCE a fare altrettanto. In ottobre ci sono gli Indignados e il 15 ottobre Mario Draghi dice che forse hanno ragione gli Indignados; intanto sta diventando lui il Governatore della Banca Centrale Europea. Nel lasciargli le consegne Trichet si lascia andare alla televisione a una dichiarazione che, per chi ha frequentato quegli “ambientini”, come il sottoscritto, sa che è una dichiarazione di catastrofe. Cioè dice: qualcosina dovrà cambiare. Di lì a pochi giorni, al vertice successivo del 23 ottobre dell’Unione Europea viene accettata la teoria americana: anche la BCE assicurerà mezzi monetari illimitati alle esigenze di liquidità delle banche. Senza chiedere nulla in cambio, eh! Sottolineo questo. Cioè, non è che questi offrono 10 volte quello che serviva all’Europa per agganciare la ripresa chiedendogli almeno di smetterla, quindi ripristinando la Glass Steagall, la netta separazione tra i soggetti che fanno attività speculative sui mercati finanziari e quelli che devono assicurare il credito all’economia. In cambio di nulla.
Solo meravigliandosi, a un certo punto, e arriviamo al 2013, meravigliandosi, parole del neo Governatore, dell’attuale Governatore, ormai sono due anni, Mario Draghi, che dice: con tutta la liquidità che stiamo assicurando non ne arriva niente all’economia reale. Ma, dico io, con un setaccio puoi portare dentro a un pozzo l’acqua che prendi da un ruscello? È un po’ difficile, perché nel tragitto te la perdi! E’ questo che poi succede, ovviamente, ripeto per quel fenomeno così (spiegato sopra ndr).
Ora noi, viene elaborata nel 2013 la teoria del bailing-in che è il contrario del bail-out. Il bail-out sarebbe quando gli stati o i debitori annunciano che non sono in grado di pagare, che è un problema. Il bail-in praticamente è un piano per mettere le mani nei depositi bancari che viene sperimentato a Cipro con esiti contraddittori perché, o nel caso che, le stesse Banche Centrali non riescono a compensare i bisogni di liquidità delle Banche Universali.
Allora, io mi sono fatto un piccolo calcolo, che è il seguente, che poi riporto nel libro. Allora, abbiamo parlato di 4 quadrilioni di titoli tossici, sommando tutto. Calcolando che, in pratica, calcolando che servano per gestire le esigenze di liquidità, al lordo, a occhio e croce, il 10 per cento di queste somme, stiamo parlando di 300 mila miliardi di dollari. Stiamo parlando di 300 mila miliardi di dollari. Le Banche Centrali del Giappone, della FED e la BCE in questi tre o quattro anni hanno tirato fuori circa 30 mila miliardi di dollari cioè due PIL americani. Adesso ne dovrebbero tirare fuori 20. Nella ipotesi che quindi qualcosa possa non funzionare, benché ci sia la moneta elettronica e quant’altro, c’è il piano B che è appunto il bail-in, cioè che metteranno le mani nei depositi, dicono, oltre 100 mila Euro, ma insomma voi capite che cosa significherebbe.
Significherebbe il panico, che è l’unico modo certo per mandare per aria una banca.
Perché la banca, quando tira fuori i soldi, fa finta di tirare fuori soldi, in realtà sei tu che tiri fuori i soldi via via,mese per mese, semestre per semestre, anno per anno, col mutuo, col prestito, paghi le rate. Con la tua produttività crei la moneta; sei tu che crei la moneta. Loro semplicemente si fanno creditrici di questa tua capacità. Quindi la banca, in realtà, se non avesse un bilancio falsato, avrebbe un margine operativo superiore all’80 per cento. Non paga le tasse, ovviamente, perché mette la creazione di moneta a debito. Quindi, in sostanza, allora, la banca può guadagnare quello che vuole prestando denaro. Ovviamente se lo presta alla persona sbagliata, che poi non fa le operazioni previste, perché fallisce, non avrà una sofferenza, ma avrà semplicemente un mancato arricchimento, che un altro film.

Domanda dal pubblico: Perché non paga le tasse una banca?

Perché nasconde, in realtà, il margine operativo vero che non è la differenza fra i tassi attivi e i tassi passivi, su cui paga le tasse, ma è la differenza fra la moneta creata e zero. Al lordo, ovviamente, perché comunque una banca ha spese di funzionamento, deve pagare gli impiegati eccetera. Quello va sottratto nei costi, quello fa parte dei costi. Però la parte diciamo così, tra virgolette, dei guadagni è tutto quello che gli imprenditori danno alla banca, attraverso gli scoperti, i fidi, i prestiti, e i mutui e altre operazioni di leasing e via dicendo, factoring e tutto quanto. Dunque dicevo… quindi sostanzialmente il sistema sta andando… ah ecco stavo dicendo, l’unico modo per far andare per aria una Banca è quello di generare il panico per cui i risparmiatori, i depositanti, i correntisti prendono via i loro soldi. Perché non è che quei soldi lì, veri, che noi mettiamo dentro alle banche servono per fare i prestiti, che non è quello il modello in nessun modo, ma servono per gestire la liquidità. Cioè, i depositi sono le somme che servono quando vai al bancomat o hai bisogno di mille Euro cash, eccetera, li vai a riprendere… Se tu pensi che non ti danno i mille Euro li vai a togliere. E’ quello che fa saltare la banca. L’unico modo certo per far saltare le banche è
quello di generare il panico. Quindi mi domando, no?, ma si rendono conto, con queste strategie cosa vanno a rischiare? E lì rientrano in gioco ovviamente le teorie complottistiche.
Beh, per finire questa prima parte, dirò solo che, ovviamente, dal lato buono, che c’era anche nel programma – almeno nelle parole iniziali – di questo governo, c’è il ripristino della golden rule. Perché, allora –ragioniamo a proposito dell’Euro – in pratica, all’inizio l’Euro era una non moneta, era un insieme di regole poi, paradossalmente, si è scoperta una super moneta per aiutare le banche, ma all’economia reale non ne è venuto niente. In un secondo tempo, quindi più o meno a partire dal 2011, la Banca Centrale Europea è intervenuta sul mercato dei titoli e dei debiti sovrani quindi, fondamentalmente, si è fatto retromarcia rispetto a quel famoso, fatidico per l’Italia, 1981.
Manca il terzo passaggio per essere una moneta e cioè quello di finanziare in disavanzo gli investimenti pubblici che sono l’unico modo per riavviare la ripresa, per acchiappare la ripresa. Ora, questo si chiama grosso modo golden rule ed è un qualche cosa che, secondo me, Draghi sarebbe disposto a fare, perché ha anche detto recentemente – altre paroline magiche dei banchieri –che, probabilmente, in determinate circostanze eccezionali, le regole si possono non rispettare, quindi vuol dire che si può anche stampare moneta o autorizzare mezzi monetari per fare gli investimenti e per finire questa commedia.
Il problema diventa però con quale regime, in quale contesto. Perché che da questo sistema noi fuoriusciremo, è sicuro. Il problema è se ci usciremo da schiavi o da uomini liberi. Ne usciremo da schiavi se sarà merito di quelli che stanno adesso, diciamo, alle leve del potere internazionale. Ne usciremo da liberi se lo imporremo noi dal basso controllando i meccanismi.Questo è, credo, quello che c’è sul piatto, non se si continuerà con l’Euro – con quell’Euro là – non si continuerà con quell’Euro là perché, fra l’altro, se non introducessero la golden rule, prevedo che l’Euro salterebbe.
Peraltro Germania e Francia e, in parte, come dirò, Italia sono intervenute sui mercati primari dei debiti pubblici anche con le Banche Pubbliche come previsto da un articolo del trattato di Lisbona. In Italia un pochino l’ha fatto la Cassa Depositi e Prestiti che ha utilizzato il risparmio postale. Questo ha abbassato nei mesi scorsi lo spread e i tassi d’interesse per lo meno sui titoli a breve termine. Poi ci sono altri maneggi. Non dico, per carità di patria, alcune cose nostre e racconterò solamente, giusto per capire di cosa stiamo parlando, della Francia, la quale ha presentato recentemente alla BCE 455 miliardi di Euro di carta straccia, dicendo che erano collaterale, cioè titoli di un qualche genere – se li è fatti garantire da una sconosciutissima agenzia di rating della Martinica – e si è fatta autorizzare 455 miliardi di Euro meno lo 0,5%. Insomma, praticamente si sta sfaldando questo sistema dell’Euro e genererà qualcosa di diverso. Nel frattempo, e concludo la prima parte: 22 settembre, elezioni in Germania: qual è lo scenario peggiore? Lo scenario peggiore è che siccome la Germania ha prodotto troppo, quindi ha esportato tanto – e da quel punto di vista continua a essere la prima della classe – però c’è un invenduto, perché c’è mezza Istria che è piastrellata di automobili tedesche nuove, quindi in effetti la Germania avrebbe bisogno di una svalutazione. Quindi il rischio maggiore è che non potendo fare la svalutazione con l’Euro, richieda una riduzione dei salari interni e questo ci scateni contro, come PIIGS, la classe operaia tedesca e che il risultato elettorale porti a una uscita della Germania dall’Euro. Questo significherebbe per la Germania cominciare delle svalutazioni competitive perché, se la Germania esce dall’Euro, l’Euro si svaluta, ma la Germania dovrà svalutare la propria valuta perché c’ha tutto questo invenduto che deve piazzare. Quindi in sostanza ci attende qualcosa di veramente vicino a ciò che può essere una guerra, rispetto invece a quello che possono essere degli accordi alternativi.
Qual è la via d’uscita da questo intrigo? È che noi riusciamo a trovare dei momenti di dialogo fra movimenti alternativi Italiani e Francesi con quello che c’è in Germania, perché in Germania sono presenti anche forze consapevoli con le quali bisogna tempestivamente dialogare e contrastare il piano di attacco ai paesi latini e segnatamente all’Italia.
E veniamo ai nostri problemi. Dunque, l’origine del male è questa competitività esasperata che è andata sotto l’etichetta di Globalizzazione. In realtà che cos’è la globalizzazione è un sistema in cui per esportare di più – sempre sulla base di quel presupposto della responsabilità di ciascun paese della propria bilancia dei pagamenti – comunque per esportare di più, sacrifichi l’economia interna, ma ovviamente non è possibile che tutti i paesi esportino di più, quindi il sistema è per definizione insostenibile. Tuttavia abbiamo creato il mostro di premiare sistematicamente – cioè a livello di sistema – il produttore peggiore: quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che inquina di più, quello che non rispetta le norme a tutela della salute, e quant’altro.

Domanda di VALERIO COLOMBO: questo qui è un meccanismo che è generalizzato a livello di globalizzazione, ma in particolare è esasperato anche come meccanismo connaturato nell’area Euro?

Certo, sì. Beh, non è che i paesi emergenti finora non abbiano fatto diversamente, però il dato positivo è che i paesi emergenti, cioè i cosiddetti BRICS, anche a partire dalle risultanze dell’ottobre scorso del congresso del Partito Comunista Cinese, hanno, come dire, cominciato a pensare di cambiare gioco, quindi di sviluppare prima la domanda interna e di restituire alle esportazioni un ruolo diciamo così residuale. Questo potrebbe cambiare il mondo che è tuttora dominato dal Dollaro, però è un Dollaro come sappiamo bene o male in crisi. Quindi il fatto che questi paesi abbiano proposto una loro banca mondiale, un loro fondo monetario e un loro sistema di valuta alternativo, secondo me apre a delle prospettive.
E qui veniamo alla cosa secondo me più importante di cui dobbiamo parlare, però era giusto fare tutte queste premesse: il nuovo modello economico.
Il nuovo modello economico è un modello che deve nascere dal basso e quindi in qualche modo si può legare con la democrazia diretta. Deve nascere dal basso nel senso che tutti dobbiamo produrre quello che sappiamo produrre, anche facendo uso, in questo momento che esiste l’Euro, di monete complementari, per sganciarci dalla globalizzazione. Dopodiché, quando avremo saturato la domanda interna, poniamo di un determinato territorio, che può essere nazionale, regionale, locale – adesso questo poi è da vedere – possiamo esportare l’eccedenza, ma, questo punto, l’eccedenza la puoi esportare a un prezzo arbitrario, quindi sei competitivo per definizione.
Cioè ti adegui al prezzo internazionale, ma senza sacrificare i salari, le retribuzioni, le condizioni di vita, il welfare. Anzi, più sviluppi queste cose e meglio è, compatibilmente coi bilanci interni di ciascuna azienda. Poi esporti le eccedenze e con la valuta internazionale che ricavi compri le importazioni necessarie che sono quelle corrispondenti a beni e servizi che non sei in grado di produrre al tuo interno. Quindi non è un’economia chiusa, non c’entra niente con l’autarchia, ma è anche diversa dal vecchio modello keynesiano che era stato superato nel 1979 da quel G7. Ovviamente è completamente alternativo all’attuale modello.
Il modello cerca di soddisfare la domanda interna e assegna alle esportazioni il ruolo di preferire i mezzi finanziari per le importazioni necessarie. Quindi inverte quella che era la logica della globalizzazione. In questo ambito l’augurio che vi faccio è che si passi dai BRICS ai BRIICS, nel senso che l’Italia, che non è PIGS, diventi invece uno dei BRIICS. Seconda cosa, abbiamo detto ed è il messaggio più importante che sto cercando di dare, che è finita l’era della scarsità, probabilmente anche diciamo dell’economia al maschile. Le risorse non sono scarse nè dal punto di vista fisico, perché abbiamo tecnologie per risparmiarne l’utilizzo per quantità di prodotto, come ho spiegato prima. Quindi adesso vedete che sta aumentando il prezzo del palladio, delle terre rare e del platino. Potrebbe arrivare nelle tecnologie che applichiamo un punto in cui vi diranno: “ah!… è finito il platino, è finito il palladio, sono finite le terre rare, vanno alle stelle”. No, perché avremo la capacità tecnologica di sostituire queste risorse ovvero di minimizzarne la quantità per unità di prodotto con tecnologie ulteriori e quindi di non avere il problema. Lo stesso vale, se si è capito quello che ho detto prima, per le cosiddette risorse monetarie o mezzi monetari, che poi non sono neanche delle vere e proprie risorse. Dovrebbero essere come l’aria che respiriamo. Di quanta aria abbiamo bisogno? Di quanta ce ne serve. Se stiamo correndo respiriamo più forte e consumiamo più ossigeno, se stiamo in una situazione di riposo di meno, ma è questo la moneta. Ovviamente una cosa del genere provoca un cambiamento politico o potrebbe provocare un cambiamento politico epocale. Diventiamo tutti classe media, abbiamo tutti i servizi, ci sarà il lavoro. Perché fra l’altro, ecco, il lavoro, e anche questa è un’altra bufala, il lavoro c’è e forse ce n’è pure troppo. Come ce n’è magari troppa anche di produzione. Non è che manca quello. Perché se noi remunerassimo tutto il lavoro di cura, tutto il volontariato, tutte le attività che noi compiamo nel territorio, anche tenere pulito il nostro giardino, per esempio, introducendo un welfare intelligente, che fra l’altro rappresenti un limite verso il basso dei salari, che oggi sono troppo bassi e questo sta causando grandi problemi all’economia. Ma nessuno lo denuncia che il problema siano i salari troppo bassi, dicono che bisogna abbassarli per essere competitivi, quindi dobbiamo ovviamente intervenire sui paradigmi e la cultura economica. Abbandonare la scarsità significa ripristinare quindi anche condizioni di una maggiore, come dire, cultura femminile nell’economia stessa. Cose su cui ovviamente dobbiamo studiare. Terza e ultima cosa che voglio aggiungere qui è una nuova, ma non nuovissima, contabilità di stato in cui noi abbiamo il pareggio fra il gettito fiscale e la spesa corrente al netto degli interessi, esclusa la previdenza, che è un’altro regime, e inclusa ovviamente l’assistenza. Poi abbiamo in disavanzo, compresi gli interessi, gli investimenti pubblici necessari: tutto ciò che non è gestione, ma è investimento che dev’essere pareggiato, pari, al potenziale di crescita di una determinata economia. Quindi abbiamo tanto disavanzo quanto ce ne serve e siccome questo disavanzo lo possiamo coprire anche con moneta, senza interessi, ecco che questa è una strada. Però ho delineato in poche battute una Contabilità di Stato diversa che tendenzialmente sarebbe meglio se fosse pluriennale.
Perché ad esempio ho visto negli Stati Uniti il piano sanitario si fa su un bilancio di 9 anni o di 10 anni. Perché se noi pretendiamo di mandare a pareggio determinate poste e partite un anno per l’altro ovviamente ci impicchiamo in logiche contabilistiche che ci portano solo fuori strada, fra l’altro a peggiorare la stessa finanza cosiddetta pubblica. Quindi occorre intervenire anche su questo fronte. E ho finito.

VALERIO COLOMBO: Da questo punto di vista dicevi che si potrebbe pagare anche con moneta quindi ci sarebbe bisogno comunque di un ripristino in qualche modo della sovranità monetaria forse bisogna specificarlo, perché mi sembra fondamentale.

NINO GALLONI: Assolutamente, è il passo fondamentale. Ho detto: l’Euro se ripristina la sovranità monetaria quindi fa gli investimenti in disavanzo in funzione delle esigenze che ciascun membro o paese ha, ovviamente resiste!

Domanda dal pubblico: Potrebbe per piacere chiarire la differenza che c’è tra fra finanziare con la moneta lo scoperto anziché con il debito pubblico?
Mi spiego meglio, in coda ha accennato quasi per incidens a una questione che è di un’importanza esagerata invece perché cozza con i tabù liberisti che sono diffusi, cioè l’idea che praticamente il debito pubblico sia necessario sia l’unica soluzione e che non possa lo stato finanziare la spesa pubblica aggiuntiva con moneta allo scoperto. Allora mi sembra una questione che merita qualche parolina di più…

NINO GALLONI: La moneta che può creare lo stato non è mai allo scoperto, deve essere a fronte di precisi investimenti, i quali a loro volta siano seri, siano utili, siano necessari. Ovviamente se si finanzia col debito pubblico è per avere un tasso di interesse, perché nel sistema quando lo stato introduce moneta e la accetta in pagamento delle tasse ci può essere una parte di essa che viene risparmiata. Per questo motivo è bene che esista il debito pubblico, affinché questa parte di moneta venga re-immessa nel sistema finanziario con l’acquisto di titoli. Non è, nel modello, il principale modo di finanziamento del disavanzo, però è molto importante che ci sia un certo debito pubblico da questo punto di vista. La differenza la fa il tasso di interesse. E’ ovvio che se il debito pubblico va al 5, al 10% il peso degli interessi sul sistema diventa insostenibile. Se invece è molto basso, come attualmente sarebbe possibile, la differenza tra le due cose è data dalla domanda di risparmio da parte diciamo dei risparmiatori, del pubblico, delle famiglie, delle imprese.