Cosa si intende per Violenza e Nonviolenza?

lunedì, luglio 17, 2017

Gli Umanisti si impegnano per il superamento della violenza sociale e personale nella società e lo fanno utilizzando la nonviolenza attiva come metodologia d’azione.

Per cominciare vedremo cosa intendiamo per “violenza”; poi prenderemo in esame la “nonviolenza attiva”; infine faremo alcune brevi considerazioni sulla situazione della violenza nel mondo di oggi.

Gli Umanisti considerano violenza ogni forma di negazione dell’intenzionalità dell’essere umano.

Infatti, secondo il pensiero di Mario Rodriguez Cobos (Silo) che ha dato origine all’Umanesimo Universalista, l’intenzionalità è il tratto distintivo dell’essere umano. La violenza si manifesta quando la sua libertà di scelta viene negata (potremmo dire che viene negata la sua umanità) attraverso forme più o meno larvate di coercizione.

L’azione degli Umanisti è diretta al superamento della violenza a cui è soggetto l’essere umano; la violenza verso le cose, la natura o gli animali non è oggetto prioritario della denuncia e dell’azione degli Umanisti, se non quando essa mette a repentaglio l’integrità e la qualità della vita umana. Pertanto anche l’impegno per la salvaguardia dell’ambiente, da sempre presente nell’azione umanista, è teso a tutelare la salute e la prosperità dell’essere umano e non è visto come un valore in sé. Ciò non significa che, ad esempio, un fenomeno quale il trattamento crudele degli animali ci lasci indifferenti, tutt’altro, ma non costituisce la nostra preoccupazione principale.

La violenza si presenta in molte forme differenti, non solo in quella più evidente dell’aggressione fisica, ma anche come violenza economica, religiosa, razziale, psicologica, sessuale, ecc. ed è sempre relazionata con un qualche tipo di discriminazione.

Ovunque possiamo osservare le manifestazioni della violenza, che si esercita per risolvere problemi o conseguire risultati desiderati, a costo di danneggiare e far soffrire un altro individuo, o un insieme di individui.

Le diverse forme di violenza possono agire nascondendo il proprio carattere e venire esercitate in modo dissimulato, ragione per la quale difficilmente sono identificate come tali; ma conducono sempre, in definitiva, all’assoggettamento dell’intenzione e della libertà umane.

Possiamo affermare che la violenza pervade tutti gli aspetti della vita sociale e personale, al punto che, come abbiamo detto, non la si riconosce neppure, se non quando si manifesta nella sua forma più evidente.

Infatti, chi discrimina gli altri a causa della religione, della razza, dell’orientamento sessuale non ritiene di essere violento. I tagli allo stato sociale, la riduzione dei diritti acquisiti, l’azione predatrice della finanza, la libertà delle imprese di licenziare i lavoratori o di abbassare i loro salari, lo svilimento della sovranità popolare, la manipolazione mediatica e i maltrattamenti psicologici all’interno della famiglia o dei gruppi umani non vengono normalmente considerati atti di violenza. Nel sentire comune, la vendetta è ampiamente giustificata; l’esclusione sociale è considerata una colpa o, nel migliore dei casi, la si attribuisce alla sfortuna, ma raramente viene vista come il risultato della violenza sociale.

La depressione, la solitudine, la paura del futuro, la rabbia e l’impotenza che covano all’interno delle persone e danno spesso luogo a esplosioni catartiche aggressive (verso gli altri o verso se stessi), il ricorso a droghe o psicofarmaci, l’abuso di alcol, sono anch’essi in relazione con la violenza che si subisce o che si esercita.

Che si esercita, sì. Perché l’esercizio della violenza non ha conseguenze distruttive soltanto su chi ne è vittima, ma anche su chi lo compie. Fare violenza a qualcun altro corrisponde a tradire profondamente se stessi, perché chi tratta gli altri come oggetti diventa anch’egli, in definitiva, un oggetto; imprigiona nel circolo vizioso della contraddizione tra ciò che si pensa, si sente e si fa, frantuma il proprio mondo interno e ne impedisce lo sviluppo armonioso, generando sofferenza e allontanando dal senso della vita.

Gli Umanisti si impegnano per superare la violenza sociale e quella personale; per trasformare radicalmente un sistema intriso di violenza a tutti i livelli. E per farlo non possono e non vogliono utilizzare a loro volta la violenza, perché altrimenti non farebbero altro che rialimentare proprio ciò che vorrebbero sconfiggere.

Allora la nonviolenza si presenta come l’unica forma di azione possibile, come la scelta intenzionale di opporsi alla violenza in sé e fuori di sé, come la sola metodologia autenticamente e profondamente rivoluzionaria.

In questo senso parliamo di nonviolenza attiva, una forma di azione che va oltre il non-esercizio della violenza e che aspira a superare la violenza in sé e nell’ambiente circostante.

Un atteggiamento etico e uno stile di vita, tanto più umano quanto più intenzionale, che richiede lo sforzo di liberarsi progressivamente dal condizionamento esercitato dal mondo sociale nel quale si è immersi.

La nonviolenza attiva coniuga la coerenza interna del pensare, sentire e agire nella stessa direzione, con la coerenza sociale di trattare gli altri nel modo in cui si vorrebbe essere trattati.

Implica il rifiuto e la denuncia di tutte le forme di violenza, l’azione per superarle a livello sociale e un attento e amabile lavoro su di sé per riconoscerle e trasformarle internamente.

Così come l’agire violento, anche quello nonviolento ha le sue conseguenze su chi lo mette in atto: una sensazione di accordo con se stessi, di crescita interna, di superamento, di connessione con gli altri, di futuro aperto, fino a scoprire che la vita ha un senso e che si può vivere in sintonia con esso.

Per terminare, uno spunto incoraggiante.

Uno studio condotto da Steven Pinker e pubblicato nel suo libro “Il declino della violenza” dimostra che la violenza fisica è in diminuzione in tutto il mondo. Nonostante noi abbiamo la percezione opposta, i dati indicano che la quantità di conflitti armati e morti in guerra, di esecuzioni capitali, tortura, riduzione in schiavitù e omicidi è in calo, e che potremmo trovarci in una delle epoche meno violente di tutta la storia umana.

Questo, ovviamente, si riferisce alla violenza fisica; ma abbiamo visto che esistono molte altre forme di violenza, meno brutali e per questo meno avvertite, quindi non dobbiamo ingannarci. Però trovo incoraggiante scoprire che perlomeno la forma più vistosa di violenza sia in declino.

Mi pare interessante anche il fatto che a tutti noi sembri, invece, di vivere in un mondo molto violento; perché la nostra percezione non corrisponde al vero?

Probabilmente perché le comunicazioni planetarie ci avvicinano a ciò che accade in tutto il mondo e perciò ci sentiamo coinvolti anche da tanti fatti violenti che si verificano molto lontano da noi. Consideriamo anche l’operato dei mass media, che non cessano di martellarci con la cronaca di delitti trasformati in spettacolo.

Ma oltre a questo, può essere che stia aumentando l’insofferenza delle persone verso la violenza e che per questo essa ci appaia ogni giorno meno tollerabile. Se così fosse, si starebbe sviluppando negli esseri umani un rifiuto della violenza che, se continuasse ad accentuarsi, potrebbe diventare ripugnanza, con le corrispondenti reazioni somatiche di disgusto. A quel punto potremmo parlare della nascita di una “configurazione di coscienza nonviolenta”, che potrebbe radicarsi nella società come una profonda conquista culturale e cambiare per sempre il tessuto psicosomatico e psicosociale dell’essere umano.

SINTESI

In un mondo dominato dalla violenza in tutti i campi della vita sociale, da quello economico a quello politico, da quello culturale a a quello delle relazioni interpersonali, l’unica possibilità per chi voglia cambiare le cose in profondità è quella di adottare la nonviolenza attiva come metodologia d’azione. Non si può utilizzare la violenza per combattere la violenza, perché così facendo non si farebbe altro che rialimentare proprio ciò che si vorrebbe sconfiggere. Inoltre l’esercizio della violenza ha come conseguenza diretta la disumanizzazione di chi la compie mentre, al contrario,  la pratica della nonviolenza attiva apre cammini di libertà e di coerenza interna per chi fa lo sforzo cosciente di superare la violenza in sé e fuori di sé.

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