La crisi e le sue sfide in Europa e in Sudamerica – prima parte

domenica, novembre 9, 2014
Tomás Hirsch e Guillermo Sullings al Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, in Argentina

Tomás Hirsch e Guillermo Sullings al Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, in Argentina

Aspettando l’arrivo di Guillermo Sullings, che tra il 12 Novembre e il 19 Novembre presenterà l’edizione italiana del suo libro “Oltre il Capitalismo Economia Mista”, pubblico questa sua intervista che ci riguarda molto da vicino.

Pubblicato su Pressenza.com

Vista dall’Europa, la crisi pare globale e il futuro oscuro, ma a livello mondiale le cose sono davvero così? Ci sono paesi, se non interi continenti, che vivono in una situazione differente, animati da un certo ottimismo e possono offrire esperienze alternative, punti di vista e motivi di speranza? Il Sudamerica potrebbe essere un esempio in questo senso. Ne parliamo con Guillermo Sullings, economista del Partito Umanista argentino e con Tomás Hirsch, portavoce umanista e vicepresidente del Partito Umanista cileno (nella foto, nel Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, in Argentina), le cui risposte verranno pubblicate nella seconda parte di questa intervista.

A tuo parere la percezione generalizzata di una crisi globale che si ha in Europa è corretta, o in Sudamerica la situazione si vive in un altro modo e i processi sono incoraggianti?

Guillermo Sullings: Se parliamo di economia, certamente la crisi finanziaria internazionale esplosa nel 2008 ha avuto un impatto globale, come conseguenza del peso relativo che hanno nel mondo le economie degli Stati Uniti e dell’Europa.

Nel caso del Sudamerica però questo impatto è stato relativamente minore, grazie alle politiche economiche portate avanti da alcuni dei suoi governi. La nostra regione aveva già subito negli anni Novanta le conseguenze del neoliberismo, con alti indici di disoccupazione, indebitamento e distruzione delle industrie nazionali; dall’inizio del decennio passato le popolazioni hanno così cominciato ad appoggiare con il loro voto governi più progressisti. Potremmo dire che il denominatore comune di questi governi è stata la sincera preoccupazione di migliorare la qualità della vita delle popolazioni e una maggiore indipendenza dai centri del potere internazionale. Ogni  paese ha avuto esperienze molto diverse, a seconda delle sue idiosincrasie, delle sue risorse e dei suoi condizionamenti. Le politiche economiche sono state abbastanza eclettiche ed eterodosse, prendendo elementi del socialismo, del cooperativismo, della teoria keynesiana e di quella dello sviluppo. Tutto questo ha convissuto con enclavi neoliberiste che non si è riusciti a trasformare.

Però al di là dei limiti e degli errori, il solo fatto che i governi abbiamo smesso di essere dei burattini del potere economico ha significato un sostanziale miglioramento della situazione dei popoli.  L’elemento più incoraggiante di questo processo è stato il desiderio di cambiamento delle popolazioni e la ribellione al pensiero unico del sistema neoliberista, installato nell’opinione pubblica attraverso i mezzi d’informazione.

Ora la sfida è fare un salto in avanti per evitare di retrocedere, giacché ci sono ancora settori della popolazione che credono al neoliberismo, i poteri che cercano di condizionare i governi sono ancora forti e gli errori e i limiti degli attuali governanti potrebbero essere utilizzati per influenzare l’elettorato.

Paragonando il processo sudamericano con quello europeo e tenendo conto delle differenze, visto che nonostante la crisi l’economia europea è comunque più sviluppata, mi sembra che l’eurozona sia fin troppo legata all’ortodossia, così che recuperare i posti di lavoro perduti le sarà più difficile. Spero che anche là i popoli si ribellino al neoliberismo presentato come l’unica verità.

Puoi citare elementi politici, sociali ed economici in diversi paesi sudamericani, magari “oscurati” dai mezzi d’informazione tradizionali, che mostrano una direzione differente dalla privatizzazione selvaggia e dalla cancellazione dei diritti a cui l’Europa sembra avviata? 

G. S.: In Sudamerica c’è sempre stata una grande povertà e una profonda disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza; in questi anni si sono registrati notevoli progressi per ridurre entrambi gli indicatori, sia con la creazione di posti di lavoro che con l’avvio di politiche sociali. Nell’ultimo decennio il Brasile ha ridotto la povertà di un 35 % mediante i suoi programmi sociali, uniti all’urbanizzazione e all’universalizzazione dell’istruzione. In Argentina a partire dalla crisi del 2001 si sono creati quasi 6 milioni di posti di lavoro e i settori più poveri ricevono sussidi per ogni figlio.  In Venezuela, Ecuador e Bolivia buona parte delle entrate derivanti dal petrolio e dal gas vengono usate per venire incontro ai bisogni della popolazione.

In vari paesi molte risorse strategiche privatizzate in precedenza sono state recuperate dallo Stato, così come vari servizi. Lo Stato ha così ripreso il suo vero ruolo, vegliando sugli interessi della popolazione, anche se certamente deve migliorare ancora molto, aumentando la sua efficienza, riducendo la corruzione e approfondendo le trasformazioni strutturali ancora da completare. Ritengo un errore identificare i cambiamenti in Sudamerica con determinati leaders politici, per alcuni aspetti discutibili; credo piuttosto che sia da valorizzare l’intenzione di cambiamento mostrata dalle società.

Non mi riferisco solo agli aspetti politici ed economici, visto che ci sono stati progressi anche riguardo ai diritti civili delle minoranze, alla sanità e all’istruzione pubbliche.

L’insistenza dei mezzi di informazione sulla brutale violenza in Medio Oriente e in altre parti del mondo crea nella gente comune un senso di orrore e impotenza e favorisce l’appoggio ai bombardamenti e agli interventi militari, presentati come l’unica soluzione. La maggiore distanza geografica del Sudamerica rispetto agli scenari di molti conflitti permette un atteggiamento diverso?

G.S.: Credo che in buona parte della popolazione della regione ci sia una visione più critica delle politiche degli Stati Uniti e della Nato in Medio Oriente, non tanto per la distanza, quanto per la sfiducia nella visione di questi conflitti presentata dai grandi mezzi internazionali. Inoltre non si crede alla versione hollywoodiana che presenta gli Stati Uniti come i grandi giustizieri internazionali.

Ovviamente la criminale crudeltà dell’ISIS suscita reazioni di rifiuto generalizzato e la sensazione che sia necessario fare qualcosa perché tutto questo finisca, però allo stesso tempo si guarda con sfiducia agli interventi militari stranieri, sapendo che sono stati proprio loro a creare le condizioni per il sorgere dei gruppi che ora combattono.  Succede la stessa cosa rispetto al conflitto tra palestinesi e israeliani; da una parte si condannano gli attacchi di Israele alla Striscia di Gaza, che causano la morte di migliaia di persone, tra cui moltissimi bambini, ma dall’altra si riconosce la responsabilità dell’intransigenza di Hamas.

Direi quindi che in Sudamerica ci sono varie posizioni riguardo a questi temi, forse grazie al fatto che si ascoltano diverse campane e non un’unica versione fornita dai mezzi di informazione dominanti.  Alcuni ci credono ancora e continuano a considerare le forze della Nato i salvatori dell’umanità dalla minaccia dei cattivi, che ora sono i mussulmani, come in altri tempi sono stati i comunisti.  Ci sono anche quelli che si pongono all’estremo opposto, considerando buono tutto ciò che si oppone agli Stati Uniti e a volte finiscono per appoggiare o giustificare l’esistenza di dittature sanguinarie o gruppi terroristici criminali. E infine c’è chi comprende che si tratta di problemi complessi e non si può avere un unico sguardo. In generale però c’è una maggiore diversità di opinioni riguardo a questi temi.

Vedi qualche progresso in Sudamerica per contrastare a livello legislativo il problema della concentrazione dei mass-media e la manipolazione da essi esercitata, favorendo un’informazione più libera e pluralista?

G.S.: In Sudamerica la reazione dei mezzi di informazione contro le politiche di vari governi progressisti è assai nota. Personalmente ho potuto osservare, sia in Argentina, dove vivo, che in Venezuela, Bolivia e Ecuador quando li ho visitati, gli assalti furiosi, a volte grotteschi e altre più sottili, dei mezzi di informazione che si auto-definivano “indipendenti”. La manipolazione mediatica è stata così evidente e i legami dei mezzi di informazione con i poteri economici così ovvi, che buona parte della popolazione si è resa conto delle loro manovre.

Purtroppo un’altra parte della gente ha creduto, o ha voluto credere alla versione mediatica; la polarizzazione delle opinioni ha portato in alcuni casi a profonde divisioni nella società, che a volte sono arrivate perfino all’interno delle famiglie.  Contrariamente a quello che sostiene la versione mediatica, però, questa divisione sociale non è stata fomentata dai governi, ma dai mezzi d‘informazione dominanti. Da una parte tutto questo è deplorevole, giacché è difficile avanzare in società tanto divise, ma dall’altra è positivo che sia caduta la maschera dei mezzi d’informazione in teoria indipendenti e obiettivi, svelando con chiarezza i loro veri interessi legati al potere economico.

Di fronte a questa situazione i governi hanno preso misure diverse, con risultati diversi; in alcuni casi si è puntato a punire le menzogne e la manipolazione mediatica e sebbene questo fosse giustificato, a volte si è generato l’effetto contrario. I mezzi d’informazione si sono infatti presentati come vittime e hanno fatto appello ai mass-media internazionali per mostrare un’immagine repressiva e intollerante dei governanti. Nel caso particolare dell’Argentina, la legge sui mezzi d’informazione è passata già da cinque anni; si tratta di una legge anti-monopolista a cui il monopolio del Gruppo Clarín ha opposto una feroce resistenza, tanto che continua a presentare appelli per rinviarne l’applicazione concreta.

E’ un tema complesso: di fronte al potere dei mezzi privati, i governi reagiscono a volte con misure dirette (che vengono presentate come repressive) e a volte potenziando i mezzi pubblici, che ovviamente sono altrettanto di parte, ma in senso opposto. Almeno però si cominciano ad ascoltare varie campane e questo favorisce la diversità di opinione.

Direi che nella nostra regione si è riusciti a rompere con la versione unica data dai mezzi d’informazione privati e che non si crede più alla loro indipendenza. Manca ancora molto però perché si possano ascoltare tutte le voci: la diffusione di un’opinione dipende infatti dai soldi e oggi solo gli Stati o i gruppi economici dispongono di fondi sufficienti a gestire i grandi mezzi di comunicazione

Vedi dei progressi nella situazione dei popoli originari, nell’uguaglianza dei diritti, nella parità di genere, nel superamento della povertà estrema e dell’analfabetismo che hanno caratterizzato per decenni le regioni del Sud del mondo?

G.S.: Senza dubbio ci sono stati grandi progressi in paesi come la Bolivia e l’Ecuador, in cui i popoli originari costituiscono la maggioranza degli abitanti. E certamente quando parliamo di miglioramenti generalizzati nelle condizioni di vita della popolazione e di riduzione della povertà, questo include i popoli originari, che hanno sempre fatto parte della frangia più sfavorita.

Tuttavia non tutti i governi della regione, compresi quelli progressisti, hanno affrontato questo tema nello stesso modo. In alcuni casi, sebbene la crescita economica abbia coinciso con una migliore distribuzione della ricchezza, dobbiamo anche dire che spesso tale crescita si è basata sull’estrazione di materie prime; questo non solo danneggia l’ecosistema, ma a volte ha anche generato conflitti con i popoli originari, i cui diritti sulla terra sono stati calpestati. A volte ha prevalso l’interesse dei popoli originari e altre quello delle imprese che sfruttavano le risorse, o semplicemente la necessità di fare cassa dei governi.  Il tema è complesso perché le società sono complesse; non si deve nemmeno pensare che ogni richiesta di un popolo originario sia automaticamente giusta. Come abbiamo già detto, i governi progressisti sudamericani hanno varie questioni in sospeso da risolvere, tra cui il modello di crescita basato sul consumismo. A grandi linee comunque possiamo dire che in Sudamerica ci sono stati molti progressi rispetto ai diritti dei popoli originari.

Riguardo ai diritti delle minoranze in generale, credo che ci siano stati parecchi progressi; in particolare in Argentina, dove vivo, sono state varate molte buone leggi sull’uguaglianza di genere, la diversità sessuale e contro la discriminazione. La recente approvazione del matrimonio egualitario, che conferisce gli stessi diritti ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, pone la nostra società all’avanguardia in questo senso.

Si è avanzato molto anche rispetto alla povertà estrema e all’analfabetismo, con programmi e campagne specifici destinati a ridurre in modo drastico questi indicatori. Tuttavia, come ultima riflessione personale, credo che riguardo alla povertà vada benissimo che i governi progressisti diano sussidi ai meno abbienti, ma che il prossimo passo dovrebbe essere lavorare perché lo sviluppo stesso dell’economia si occupi di coinvolgere anche gli esclusi. A tal fine è necessario riformulare in profondità il sistema economico capitalista e non limitarsi a compensare i suoi effetti negativi.

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