L’Euro e quanto è costato l’ingresso in Europa agli italiani

giovedì, giugno 5, 2014
Partito Umanista 1999 Libro Arancione

Partito Umanista 1999 Libro Arancione

Nel Novembre 1999 il Partito Umanista – Italia ha stampato il Libro Arancione (per l’Italia) che analizzava la situazione di crisi ed elaborava proposte specifiche nei campi della sanità,educazione, lavoro,cultura, qualità della vita ed economia.

Nel 1999 su questo Libro Arancione, nella Sezione Economia , nel capitolo 2 ANALISI CRITICA DELLA SITUAZIONE ATTUALE il Partito Umanista critica apertamente il costo per gli italiani dell’adesione dell’Italia all’Unione Europea e all’Euro.

 

Mi domando ma dove erano nel 1999 tutti gli altri che solo recentemente hanno iniziato a criticare apertamente l’Euro e questa Unione Europea?

 

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Riporto di seguito questo estratto del testo del 1999, che ovviamente non ha tutti i dati che abbiamo oggi dopo 15 anni di esperienza nella euro-zona.

L’intero testo della sezione Economia del Libro Arancione lo trovate in Documenti.

2. ANALISI CRITICA DELLA SITUAZIONE ATTUALE

2.1 La situazione italiana

In linea generale, nel nostro paese si evidenzia la disarticolazione dell’apparato statale.

I colpi che propina il fenomeno della globalizzazione dall’alto, più i colpi che dal basso dà la stessa popolazione schifata dai burocratismi, spingono la classe politica a intraprendere riforme che si adeguano ai nuovi tempi. Non più di duecento anni è durata la concezione dello Stato nazionale, ma non è questo l’importante, piuttosto il fatto che tutte le istituzioni che con esso sono nate vengono trascinate nella sua disintegrazione. In questo modo, la classe politica viene sostituita progressivamente da tecnocrati chiaramente al servizio delle multinazionali e della banca, nel rispetto del principio della globalizzazione. È nato il Parastato, ossia una sorta di stato parallelo, capace di dettare dalle politiche più generali di un paese al tipo di dieta alimentare che devono osservare i cittadini.

Ma ai fini di un’analisi corretta dell’economia italiana, non si può prescindere dal fatto che attualmente l’Italia fa parte a pieno titolo dell’Unione Europea e deve quindi sottostare agli accordi di Maastricht.

A differenza di altri paesi europei (vedi Danimarca), in Italia la decisione di diventare membro dell’Unione, con notevoli ripercussioni sulla vita degli italiani, è stata presa dai politici senza nessuna consultazione popolare per chiedere il consenso all’adesione, anzi è stata presentata  come un appuntamento importantissimo, al quale non si poteva mancare.

Ma “per entrare in Europa” l’Italia ha dovuto aumentare la pressione fiscale (già peraltro elevata) e ridurre la spesa per interessi sul debito pubblico, ha operato inasprimenti fiscali “una tantum” e rinvii della spesa pubblica sono stati abilmente effettuati dal Ministro del Tesoro. Questi rinvii hanno accresciuto i cosiddetti “residui passivi”, che non sono altro che un debito che lo Stato dovrà onorare in futuro1. Si tratta di aggiustamenti temporanei, che devono essere necessariamente accompagnati da cambiamenti sostanziali nella politica economica. Infatti, il processo di aggiustamento operato non è sufficiente per restare in Europa, le riforme economico-finanziarie finora realizzate appaiono insufficienti a consolidare il risanamento dei conti pubblici e a governare il nuovo scenario competitivo. Il risanamento dei conti pubblici dovrà essere consolidato per rispettare i vincoli di finanza pubblica imposti dal “patto di stabilità”, ossia per non incorrere nell’imposizione di comportamenti correttivi imposti dal Trattato di Maastricht in caso di violazione del patto da parte di un paese aderente. In particolare, dovrà continuare a scendere il rapporto debito/Pil fino a raggiungere il 60%. Ciò significherà imporre sacrifici sempre maggiori alla popolazione in vista di risicati benefici. Questo in un’Unione europea che avvantaggia soprattutto la Germania e la Francia, i paesi che appartengono al cosiddetto “nocciolo duro” (Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo), e che devono sviluppare un’integrazione politica molto forte e articolata. Secondo questi paesi2, infatti, un numero ristretto di nazioni  è necessario per due ragioni: la prima è che ciò consente di mantenere la reputazione tedesca di disciplina economica e monetaria; la seconda  che solo tra paesi con una cultura politica simile è possibile mettersi d’accordo su punti quali la politica monetaria, fiscale, di bilancio, la politica industriale e soprattutto quella sociale. È chiaro che è solo in questa frangia  di territorio europeo che si concentrerà la ricchezza, mentre i paesi al di fuori (di cui fa parte anche l’Italia) godranno di benefici marginali.

Di conseguenza, nonostante tutti i bei discorsi dei nostri politici, il nostro paese non beneficerà, se non in modo residuale dell’Unione Europea, anzi, gli italiani si troveranno sempre più indebitati, l’occupazione non aumenterà e dovranno assistere a continui tagli alla spesa sociale e quindi alla perdita di benefici primari quali il diritto all’educazione e alla sanità gratuite sanciti dalla nostra Costituzione.

2.2 L’Euro e quanto è costato l’ingresso in Europa agli italiani

L’Euro, moneta unica europea entrata in vigore nel 1998, ha dato l’avvio all’Unione Monetaria, primo passo concreto verso un’Unione Europea. Il concetto su cui si basa l’euro è quello della cosiddetta “moneta forte”, in grado di sorreggere l’economia europea e di contrastare le oscillazioni del dollaro. Inoltre, ha l’obiettivo di favorire soprattutto gli scambi internazionali e gli investimenti in tutti i paesi dell’Unione, avvantaggiando, secondo i nostri politici, soprattutto chi sta viaggiando e investendo al di fuori dell’Italia. Ma, come ben sappiamo, gli investitori e i viaggiatori non costituiscono la maggior parte della popolazione italiana, per cui di fatto l’euro avvantaggia il ceto medio-alto, mentre ai poveri non arreca alcun vantaggio.

A questo proposito analizziamo in dettaglio quanto è concretamente costato l’ingresso in Europa agli italiani.

I risultati del risanamento ottenuti nel 1997 sono avvenuti in primo luogo grazie a uno stretto controllo dei pagamenti, per cui anche se gli Enti preposti alla spesa pubblica potevano disporre di somme rilevanti per competenza, essi non sono stati autorizzati a spenderle se non nei limiti imposti dalla finanziaria del 1996. Questo meccanismo ha consentito di controllare la spesa pubblica, ma ha prodotto nel 1997 un aumento consistente dei residui passivi propri, che rappresentano impegni e quindi debiti dello Stato per gli anni futuri, i quali sono passati da 156.000 miliardi a fine 1996 a 179.000 miliardi nel 1997. Per cui, a fine 1996 Regioni, Asl, Enti locali, Università, Poste e Ferrovie avevano disponibilità liquide pari a 132.000 miliardi. Un anno dopo questa disponibilità è stata drasticamente ridotta. Ciò ha necessariamente significato tagli alla sanità, alla previdenza, all’istruzione, ai trasporti pubblici, con un notevole  peggioramento nella qualità della vita degli italiani. E tutto questo con un livello di spesa sociale già peraltro nettamente inferiore alla media degli altri paesi europei (vedi Germania, Francia e Regno Unito).

In secondo luogo, il forte inasprimento della pressione fiscale ha accentuato le sperequazioni già esistenti.

Ci chiediamo  chi sono i reali  beneficiari  di questa unione monetaria, forse le multinazionali, forse i paesi più forti che riescono a dettare le loro linee di condotta agli altri, sicuramente non sono  le persone comuni, che ogni giorno vedono calpestati i loro diritti sociali. Questo, purtroppo, non solo in Italia, ma in vari paesi d’Europa collocati nella cosiddetta “fascia debole”. La moneta viene usata come uno strumento per agevolare la convergenza economica, ma soprattutto per disciplinare  i comportamenti politici: per rispettare l’allineamento monetario bisogna adeguare non solo l’intera struttura dell’economia (per esempio bassi salari, crescita non inflazionistica, disciplina dei conti pubblici) ma il sistema dei rapporti, certamente politici, che presiedono alle grandezze economiche. Di conseguenza, milioni di esseri umani devono sottostare alle decisioni di poche centinaia di esseri umani che privilegiano interessi di qualche grandezza economica, senza poter influenzare in alcun modo le decisioni di politica economica generali. Tutto ciò non fa che accrescere il divario tra paesi forti e paesi deboli. Riteniamo invece prioritario che in quest’unione europea anche i paesi meno forti abbiano il diritto di far sentire la propria voce, soprattutto per dar luogo a politiche comuni volte a beneficiare l’intera Europa invece di trovarsi perennemente in situazioni di sudditanza e costretti a subire politiche comuni (ad esempio quella agricola con conseguente distruzione di derrate alimentari in Italia), che spesso finiscono solo per danneggiarli. Se ciò non avviene, non c’è alcun interesse per il nostro paese a rimanere membro dell’Unione.

Se qualcuno cercava un Partito affidabile per lottare su questo tema, esiste già da tempo,anche se non è detto che faccia per voi il progetto del Partito Umanista, vale la pena approfondire, anche personalmente.

Se volete la versione cartacea originale del libro ne abbiamo diverse copie, nei prossimi giorni verrà pubblicato su web l’intero Libro Arancione sia in html che pdf.

Se volete contribuire ad aggiornare questo Libro con i dati attuali, non esitate a contattarci, non sarebbe male fare il Libro Arancione 2015.

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