Contro la svendita delle aziende italiane. Ma forse questo non lo avevano previsto…

mercoledì, settembre 25, 2013

E’ da diverso tempo che volevo scrivere un post, per dare indicazioni di non comperare prodotti tedeschi.  In particolare stavo pensando, come forma di resistenza attiva, cosa potremo fare contro la distruzione delle aziende italiane.

E’ grazie alla concorrenza sleale delle Germania (perpetrata per lo meno sin dalla nascita dell’Euro) verso i Paesi dell’Euro Zona che ci stanno facendo a pezzi.  Il boicottaggio delle merci è una forma di resistenza che, anche nei decenni passati, fu fatta verso alcune multinazionali le quali attuavano politiche di capitalismo selvaggio ed estremo. Sin da quei tempi nel centro del mirino c’erano aziende come la Nestlè; mentre al giorno d’oggi abbiamo l’esempio lampante della Rayan Air; ma la lista potrebbe proseguire.

Subito, mi è venuto in mente anche l’esempio di Gandhi, quando propose in India il boicottaggio dei prodotti Inglesi; per rompere le dinamiche del colonialismo della Corona Inglese. Gandhi andò in Gran Bretagna a trovare i lavoratori delle fabbriche inglesi per spiegargli il motivo per cui boicottavano i prodotti Inglesi.

Allora, mi sono immaginato con i miei amici del partito umanista tedesco di fare un giro nelle fabbriche del loro paese, a spiegare come mai boicottavamo il colonialismo tedesco verso gli altri Paesi dell’Euro Zona…
Se decidi di non comprare prodotti tedeschi (un pò come da sempre suggerisco nel settore informatico di non usare Windows ne Macosx) è anche necessario indicare quali sono i programmi alternativi che esistono in ambiente gnu/linux. Ma la stessa logica si può trasportare ai prodotti alternativi a quelli tedeschi. Semplice no? Per fare un elenco di prodotti italiani avevo bisogno di sapere quali aziende fossero ancora italiane(!), per questo mi sono sembrati molto interessanti gli elenchi di aziende italiane vendute a proprietari esteri . Si trovano sui commenti ad un post Smoke Sales di Goofynomics . E più mi informavo sulle aziende rimaste italiane, più mi risultava limitato il margine di scelta per suggerire dei prodotti alternativi.

Alla fine, siamo al 24 Settembre 2013 e con l’annuncio di vendita della Telco, dell’Alitalia e della Pirelli la mia speranza di potere fornire un elenco semi-stabile di prodotti italiani si è incrinata ulteriormente….

E poi… ho collegato! Questo conflitto  c’entra con il nostro modello di Proprietà Partecipata dei Lavoratori (PPL), modello che il  Partito Umanista propone dagli anni ’90.  E’ arrivato il momento di formulare in Italia una proposta di legge per implementare la “Proprietà Partecipata dei Lavoratori(PPL), è la risposta profonda che risuonava dentro di me, strutturale e rivoluzionaria che affronta tutte le contraddizioni del capitalismo; compresa la privatizzazione nelle mani di pochi della ricchezza di un Paese.

Solo con la proprietà diffusa, si potrà evitare il furto delle aziende e la loro conseguente delocalizzazione.  Ma andiamo avanti.

A livello di Partito Umanista sin dal 1999 critichiamo le regole dell’Euro Zona e della moneta unica; denunciando che sono state la causa fondamentale della distruzione sia della nostra domanda interna che dell’export.  Nella distruzione del nostro Paese hanno contribuito a partire dagli anni ’80 il divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia che ha fatto dirottare buona parte del PIL italiano verso la finanza internazionale.

Questi sono passaggi cruciali, che alcuni economisti cercano di nascondere in maniera che definirei semplicemente criminale. Ma andiamo avanti.

L’Euro, quindi, ha devitalizzato le nostre aziende e il nostro Stato; spingendolo a iper-tassare lavoro ed aziende per pagare gli interessi sul debito pubblico che è cresciuto vigorosamente perché la finanza ha imposto allo Stato di non auto-finanziarsi e di salvare le banche (dalla crisi dei sub prime in poi). L’avere un moneta cara (cambio alto) ha fatto rincarare i nostri prodotti, togliendoci la possibilità di piazzarli sul mercato sia estero che interno;  mandando in fallimento le aziende che a questo punto possono essere comperate a prezzi di saldo.

La bilancia commerciale italiana con l’ingresso nell’Euro è andata in “rosso”, mentre prima era in netto attivo,  in quanto le aziende italiane per finanziarsi devono pagare interessi maggiori delle aziende tedesche, oltre a dover sostenere una tassazione molto maggiore. E di questo bisogna ringraziare le regole che stanno dietro alla moneta unica.  Infatti, gli Stati con la moneta unica hanno perso la possibilità di gestire la propria moneta e di tenerla proporzionata al proprio export. Per cui la moneta-euro devono comprarla vendendo i titoli di Stato a tassi da strangolamento o recuperarli dalla tassazione. In entrambi i casi sono trasfusioni di sangue dalle vene delle persone comuni verso la finanza.

Adesso, se l’Euro a cui siamo legati così strettamente  diventa più caro (si alza il cambio) rispetto alle altre valute è in base all’export complessivo dell’ EuroZona. Per cui s’è la Grecia che esporta poco e la Germania molto, l’Euro si apprezza per tutti. Come conseguenza si ha che se la Germania partiva da un’industria più efficiente e quindi più “competitiva” continua ad esportare; invece la Grecia (come l’Italia ma in scala diversa) che era meno “competitiva”  esportano poco o più nulla…  Ecco perché una moneta unica tra Paesi con economie differenti non può funzionare.

Contemporaneamente alla diminuzione dell’export sta crollando l’occupazione. C’è stata e continua ad esserci una concorrenza sleale della Germania, all’interno dell’area Euro, che ha reso precari quasi 8 milioni di lavoratori tedeschi (anche grazie all’unificazione), dato “truccato” dal deficit tedesco ufficiale, che tiene conto solo di uno dei tre deficit della Germania. Alcuni economisti (es. Bagnai) sostengono che tutti i parametri che hanno determinato l’ottima “reputazione” dei Titoli Tedeschi nel mercato speculativo, consentendo allo Germania di finanziarsi accumulando meno debiti verso la finanza e permettendo all’imprenditoria di accedere a tassi di interessi più bassi rispetto a quelli che usufruiscono gli imprenditori Italiani. In Italia, quindi, i tassi di interesse che esige la finanza sui nostri titoli sono maggiori di quelli che esige dalla Germania ed ecco quindi si è tassato maggiormente lavoratori ed imprese per pagare i tassi di interesse più alti.

Prima della separazione del Ministero del Tesoro dalla Banca d’Italia , la Banca d’Italia acquistava i titoli di Stato non venduti, potendo quindi regolare il tasso di interesse e quindi anche l’ammontare di soldi che andavano per gli interessi sul debito che tra l’altro era verso i propri cittadini e quindi ritornava al Paese.

Avendo ceduto la sovranità monetaria ad un’istituzione privata, la BCE, che prende ordini dalla finanza internazionale come tra l’altro conferma Stigliz, si è tolto al potere democratico potere sull’economia, perché l’economia di uno Paese dipende dal controllo della moneta. Abbiamo assistito sin dal divorzio con il Tesoro, poi peggiorativamente con la nascita dell’Euro, ad un’ abbandono del potere economico dello Stato rispetto all’economia italiana; con le conseguenze che abbiamo tutti abbondantemente sperimentato sulle nostre vite.

Ma torniamo alla soluzione profonda e rivoluzionaria che abbiamo chiamata “Proprietà Partecipata dei Lavoratori” (che non è certo un’invenzione del Partito Umanista).  E’ stato semplicemente ri-elaborata da alcuni economisti umanisti ed in inserita all’interno di un progetto strutturato di un nuovo modello di società, stato ed economia che parte dalla visione dell’essere umano come valore centrale.

Cosa intendiamo per “Proprietà Partecipata dei Lavoratori”?

Essenzialmente intendiamo che nell’impresa il lavoratore è un elemento attivo, non è un semplicemente un costo , ma un essere umano attivo che contribuisce al profitto, alla crescita dell’azienda, sia in termini di produzione che di proprietà della stessa. Ne consegue che il lavoratore in una certa misura deve riconoscere i propri diritti, così come gli imprenditori debbono riconoscere i propri diritti rispetto alla finanza.

Ma quali dovrebbero essere i diritti del lavoratore?

Altre al salario minimo che copre il fabbisogno famigliare, dovrebbero essere

  • il diritto a percepire parte dei profitto dell’azienda,
  • acquisire parte della proprietà dell’azienda comperando quote di essa con parte del profitto che riceve ,
  • acquisendo potere di decisione sulle sorti dell’azienda.

Chiariamo subito: il capitalismo ha messo al margine tanto i lavoratori quanto gli imprenditori che non si piegano alla legge del Mercato. Perché?

Perché la finanza (che è semplicemente un prodotto della contraddizione di fondo del capitalismo) ovvero il processo di concentrazione della ricchezza in sempre meno mani, in questa fase storica ha emarginato anche chi ha fatto imprenditoria. Il capitalismo si basa sulla legge del Mercato ovvero la “legge della Giungla”. Ovvero la legge del più forte. Per cui, assistiamo a migliaia di medie e piccole aziende che vengono fatte fallire; intanto le grosse multinazionali, colluse con il capitale finanziario, si espandono; evadono le tasse, si comperano le leggi , i governi , i terreni, l’acqua e l’aria dei Paesi.

“Il Mercato ha sempre ragione” urlano gli economisti ottusi ed imbevuti di ideologia neoliberista. Bene, adesso sapete cosa vogliono dire con altre parole; ovvero questi economisti dicono che  “la legge della Giungla è sempre valida”. Si sono solo scordati di aprire un dibattito se gli stati democratici e la società tutta hanno voglia di vivere secondo il principio de “la legge della Giungla “. Ma lasciamoli perdere completamente, hanno un approccio ideologico in cui non c’è spazio per i diritti umani;  vogliono semplicemente l’abbandono programmato di milioni di esseri umani.

E’ evidente che è arrivato il momento che imprenditori e lavoratori si uniscano!

Hanno bisogno di superare il modello capitalista per continuare ad esistere e crescere, altrimenti avremmo di fronte milioni di “schiavi moderni” e pochi regnanti (che sono gli azionisti di enormi corporazioni internazionali) in cui lavoratori ed imprenditori non contano nulla. Tra l’altro questa è la trama di un film che da poco è uscito al cinema dal titolo Elysium.

La Proprietà Partecipata dei Lavoratori è una via fondamentale per superare la decadenza del capitalismo che si era mascherato da socialdemocrazia per cercare di sopravvivere. Ma che ora, vicino all’estinzione, si è liberato anche di quest’ultima maschera…  Penso sia chiaro per tutti che ormai rimane solamente il capitalismo dal volto dis-umano!

Supportare le piccole e medie aziende e limitare le multinazionali.

Tengo, infine, a precisare che nel progetto della Legge sulla PPL è previsto che lo Stato garantisca il salario minimo alle aziende medio-piccole che sono in difficoltà a garantirlo; così come lo Stato dovrà tassare maggiormente le multinazionali. Dato che le multinazionali hanno grossi margini, grazie al fatto che utilizzano le migliori tecnologie, hanno relativamente poco personale , lo Stato dovrà imporre loro di non di alzare i prezzi come conseguenza della maggiore tassazione, obbligandole quindi a ridurre i loro enormi profitti che lo Stato con la tassazione redistribuirà.

Nel nostro modello di sistema socio-economico la Proprietà Partecipata dei Lavoratori(PPL) si armonizza con una nuova forma di Stato che noi chiamiamo Stato Coordinatore che è essenzialmente decentrato e funziona con la Democrazia Reale (ovvero l’armonizzazione di Democrazia Rappresentativa e Diretta)

Torniamo al funzionamento PPL.

Il profitto viene distribuito tra azionisti, proprietari e lavoratori, in proporzioni da definire in relazione anche al settore in cui opera l’azienda. Gli azionisti, i proprietari, i dirigenti ed i manager dovranno ricevere un compenso massimo che sarà pari ad un moltiplicatore (5 volte per esempio) del salario minimo, se l’azienda è in attivo accederanno a parte del profitto, altrimenti al “solo”  loro compenso. Questo è un grosso incentivo per fare in modo che siano realmente produttivi.

Ogni azienda deve accantonare in un Fondo di Riserva parte del profitto (ad esempio un minimo del  20% ) utile per affrontare momenti di magra e per reinvestire nell’ampliare produzione e posti di lavoro.

I lavoratori indipendentemente dalla percentuale di proprietà dell’azienda che avranno acquisito dovranno avere potere di voto determinante sulle decisioni imprenditoriali (per esempio almeno il 33%) e  comunque potranno chiedere l’intervento del ministero del lavoro nel caso l’azienda andasse contro gli interessi dei lavoratori.

Ne consegue che in periodi di crisi le aziende a PPL non taglieranno il personale come primo riadattamento, ma diminuiranno la distribuzione dei profitti sino ad azzerarli, se questo non bastasse accederanno al Fondo di Riserva e se neanche questo non fosse sufficiente chiederanno l’intervento dello Stato che compenserà per garantire il salario minimo oltre a indirizzare la produzione aziendale verso le priorità del Paese e agli studi di settore, cercando di minimizzare il rischio di impresa. Quindi cercando di far incontrare la domanda con l’offerta.

E’ evidente che stiamo aggiungendo alla Proprietà Privata, l’esistenza della Proprietà Sociale , ovvero la ricchezza e le proprietà generata in un’azienda è in buona sostanza di proprietà anche di tutti i lavoratori che hanno contribuito alla formazione di quella proprietà. Per questa ragione anche l’accumulazione delle immense eredità delle dinastie solo nelle mani dei discendenti è da superare, facendo in modo che in parte sia anche di Proprietà Sociale.

Siamo oramai giunti al fallimento del mito economico neo-liberista che ci vogliono fare inghiottire; per questo è il momento di condividere nuove strade sociali, economiche e politiche, noi presentiamo quella che abbiamo elaborato.

La svendita delle aziende italiane fa parte del processo contraddittorio insito nel capitalismo, che gonfia esponenzialmente il guadagno di pochi e disincentiva quello di molti; quindi il modello capitalista è un modello inefficiente sino dalla sua concezione.

Il capitalismo nelle grandi imprese , multinazionali e banche opera come disincentivo all’investimento produttivo, perché i grandi capitali si orientano verso la speculazione finanziaria o l’acquisto di imprese che già funzionano, piuttosto che crearne di nuove.

Con la PPL i lavoratori avrebbero potere di voto e potrebbero evitare lo spostamento o la vendita dell’azienda e partecipando alla proprietà della stessa, anche se fosse di proprietà estera, farebbero in modo che la proprietà (almeno in parte) ritornerebbe in mano al Paese che la ospita.

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