Disastro MPS, una voce fuori dal coro. Intervento di Mauro Aurigi all’assemblea degli azionisti del Monte Dei Paschi.

sabato, gennaio 26, 2013

Sede principale MPS

Facciamo un esempio concreto di come gli azionisti possano intervenire nelle relative assemblee degli azionisti delle aziende. Vero è che nessun potere di decisione ci è dato, sia come piccoli azionisti ma sopratutto come dipendenti di un azienda, oppure come nel nostro caso di una banca. Sembra che siamo impotenti di fronte ad una catastrofe naturale. Il film è sempre lo stesso: si arriva al terremoto, di solito lo si apprende dalla stampa, anche se si è dipendenti dell’azienda stessa. La domanda anche è sempre la stessa: chi sono gli attori principali; chi decide veramente? Si può fare qualcosa, quando si profilano licenziamenti a tappeto e crolli azionari che sono la ghigliottina dei piccoli risparmiatori?

Mauro Aurigi, un ex-dipendente della banca Monte dei Paschi, che da lunghi anni aveva intuito che le cose avevano preso una piega molto brutta, decide quindi di intervenire ai consigli di amministrazione. Per i curiosi, questa persona è un comune cittadino che si è messo a studiare l’argomento per combattere quello che lui aveva profeticamente intravisto: una commistione di potere politico con una cattiva gestione della banca. Tra l’altro Aurigi ha scritto vari saggi sull’argomento, nonché ha pubblicato vari articoli critici sulla gestione della banca sulla stampa locale e nazionale.

Ecco la verità: ogni azienda è anche un bene comune. Ovvero è privata la proprietà, ma pubblico il servizio e gli utili che rende sul territorio. Da un territorio si è originato, da dei collaboratori ha avuto contributi, altrimenti quella azienda non esisterebbe neanche. Questa è la natura più violenta della globalizzazione, arraffare e spostare risorse, dai molti ai pochi, distruggendo l’economia locale. Sfruttando paesi e popolazioni. Credo che come tale il caso Monte dei Paschi verrà ricordato. Più che i Mussari, c’è da sottolineare l’implicazione della cattiva finanza, dei derivati tossici che fungono da teste d’ariete volte alla distruzione dell’economia reale. Se inquadriamo in un ottica corretta l’economia, dovremmo ammettere che ogni azienda sana è anche un bene comune. Come tale va difeso e reso di controllo pubblico laddove forzosamente sia stato privatizzato. E non stiamo difendendo la partitocrazia o la casta, in realtà andrebbero creati dei meccanismi di partecipazione diretta dei cittadini, oltre ad una forte copartecipazione dei lavoratori che leghi l’azienda stessa -oppure come in questo caso la banca che d’altra parte è un azienda che  opera nel settore finanziario- al territorio. Naturalmente anche la pubblicazione online di bilanci e investimenti trasparenti sarebbe non  solo consigliata, ma una prassi che trasformi le banche di oggi in una nuova entità che potremmo definire come “banca democratica” per il bene comune. Anche l’eliminazione di una casta dirigenziale, rivelatasi incapace e corrotta, sarebbe quantomeno necessario. Possibilmente questo tipo di banca dovrebbe erogare crediti a basso interesse (interesse di costo) agli imprenditori del territorio. Tutto questo viene trattato nel libro di  Chritian Felber “L’economia del bene comune. Un modello economico che ha futuro”. Un best seller del 2012 del quale non si potrà certo dire sia stato scritto esattamente in un covo di marxisti.

In attesa di avere l’intervento più recente dell’assemblea degli azionisti del 25 gennaio, pubblichiamo qui di seguito l’intervento in quella del 9 settembre 2012. Testo dell’intervento di Mauro Aurigi:

“Il socio Bompani che mi ha appena preceduto è quello che ha entusiasticamente approvato tutte le scelte del passato, quelle scelte che ci hanno ridotti nelle gravi condizioni attuali. Ora, con lo stesso identico entusiasmo, ha già approvato le scelte che questa nuova amministrazione ci propone. C’è da preoccuparsi? Penso di sì.

 

Un saluto ai miei ex colleghi che oggi vedo qui per la prima volta in gran numero come soci. Troppo tardi. Vi svegliate dal letargo solo ora che i bovi non solo sono scappati, ma anche arrostiti e mangiati.

 

Ma veniamo a noi.

 

Signori azionisti,

mi chiamo Mauro Aurigi. Ho passato 42 dei miei 74 anni al Monte, tra il 1957 e il 1999. Sono soprattutto gli anni della costruzione del Grande Monte banca pubblica, ricca, stimata e potente che nel recentissimo passato tutti abbiamo conosciuto. Una costruzione corale senza geni d’impresa o di finanza e soprattutto una costruzione silenziosa, schiva dei clamori che invece l’hanno subito caratterizzata non appena privatizzata. La piccola città di Siena, isolata fisicamente e culturalmente da tutto il mondo che conta, con le sue sole forze aveva compiuto un’impresa che probabilmente non ha l’eguale: la sua banca era una delle più grandi d’Italia, la più solida tra le grandi banche europee, quella con la massima valutazione da parte delle agenzie anglo-sassoni. Di quell’incredibile cinquantennio postbellico io sono stato testimone e, oserei dire, modestissimo protagonista, anche se protagonista non è il termine giusto, perché in mezzo millennio di protagonisti il Monte non ne aveva mai avuti fino a Mussari. E s’è visto come è andata a finire. Così io me ne sono andato in pensione volontariamente a soli 60 anni perché mi era diventato insopportabile assistere alla devastazione materiale e morale del vecchio amatissimo Monte.

 

Scoprire quello che stava succedendo tuttavia non fu una sorpresa. Tra il 1993 e il 1995 ebbi parte attiva nel movimento di resistenza alla privatizzazione della banca. Sapevamo esattamente quello che sarebbe successo dopo e lo denunciammo pubblicamente: in 20 anni la banca sarebbe stata azzerata. Ci sbagliavamo, a Mussari e Mancini gliene sono bastati 13. I rischi maggiori che avevamo denunciato, poi regolarmente diventati tragica realtà, erano nell’ordine: la de-senesizzazione, la perdita della redditività che ne é derivata (se avessi tempo vi spiegherei il nesso), quindi la svendita del patrimonio per comunque soddisfare l’avidità degli azionisti (in testa l’azionista “privato” Fondazione, ineffabile strumento di disastroso clientelismo politico). Ma il rischio che più di ogni altro paventavamo era un altro. Finché la Città avesse conservato il suo ruolo plurisecolare di dominus del Monte, essa stessa e la banca sarebbero state salve. Ma con la privatizzazione sarebbe stata la Banca o, meglio, il suo “padrone” a dominare la Città: Siena come Torino sotto la Fiat o Taranto sotto l’ILVA. E una Città dominata è una città serva e servi diventano i suoi cittadini. Da padroni della banca a suoi servi! E una comunità servile non ha futuro. Anzi peggio: se ha, come la comunità senese, un passato di ricchezza culturale e materiale, quella se la vedrà evaporare velocemente tra le mani, ma gli mancherà la forza di reagire. Perché i servi possono solo ubbidire.

 

Bene, tutto ciò è regolarmente avvenuto.

 

Ed ora che il disastro è completo, chiedo alla Fondazione, vecchia proprietaria della Banca, ma ormai in rovina anch’essa, anzi chiedo al suo presidente Mancini:  dov’è che avete pescato Profumo e Viola o, meglio, dal cappello di chi sono usciti questi due nomi, sconosciuti o poco conosciuti e, stando alla stampa, in maniera neanche troppo entusiasmante? Che esperienza hanno di salvataggio di banche in difficoltà? Lei se n’è accertato?

Nessun’altra città al mondo ha una presenza percentuale di dirigenti bancari tornati comuni cittadini come Siena. Tutti, o quasi tutti, non solo protagonisti dei successi del cinquantennio dopoguerra, ma esperti di recupero di banche in difficoltà. Perché questo ha fatto il Monte più di ogni altra banca italiana, nella seconda metà del secolo scorso: rimettere in sesto banche dissestate o fallite: la Banca Toscana e la Cassa Risparmi di Prato tanto per citare le maggiori. Perché, presidente Mancini, non vi siete rivolti a queste persone, che oltretutto davano garanzie di attaccamento alla banca e al territorio che due mercenari della finanza come Profumo e Viola mai potranno dare?

 

Ed ora per dare il colpo di grazia alla Banca e soprattutto alla Città, lei Mancini dà a Profumo tutti i poteri di disporne come vuole. Evidentemente lei è tetragono all’esperienza e non ha imparato niente da ciò che è successo quando lo stesso potere lo dette al Mussari, tanto da poter esclamare sulla stampa, tutto eccitato e giulivo, la mattina dell’acquisto dell’Antonveneta (vado a memoria): “Ha fatto tutto Mussari in sole 24 ore. Anche io l’ho letto dai giornali. Che splendida, fulminea operazione!”. Invece avrebbe dovuto licenziarlo in tronco per tanta intraprendenza non autorizzata. Ma ci vuole spiegare perché gli azionisti, ossia la proprietà, dovrebbero ancora una volta spontaneamente rinunciare ai propri diritti di gestione sulla banca per darli a un mercenario che non sappiamo neanche se è azionista? Lei purtroppo non ha mai lavorato, è stato sempre un dipendente della politica. Capisco quindi che le sia difficile capire che è suicida, sempre, dare a degli estranei la piena disponibilità del proprio patrimonio. Ma come può pensare che quest’uomo venuto giù con la piena  appena ieri, disponendo di tutti i poteri, appena licenziato o sottomesso Viola – perché due galli non possono stare nello stesso pollaio – possa fare gli interessi di Siena e della Banca? Scenda coi piedi per terra Mancini. La Banca non è neanche proprietà sua, è proprietà in maggioranza relativa della Fondazione che è una emanazione di questo territorio. E’ l’ora di finirla che si possa disporre dei beni comuni come se fossero proprietà privata di uno o di pochi. Perché ciò che è successo con voi politicanti che vi siete arrogati il diritto di gestire beni che non sono vostri come se lo fossero, è che Siena, la sua terra e l’intera Regione, grazie al vostro passaggio dopo la privatizzazione, sono oggi più povere di 15 miliardi di euro e c’è chi dice che ne manchino perfino di più. Un buco del genere oggi metterebbe in terribili difficoltà anche uno stato come la Germania, figuriamoci una piccola città come Siena. Ha la più pallida idea della massa enorme di disoccupati che produrrà? Insomma in 17 anni sono evaporati 15 miliardi di ricchezza. Quasi un miliardo, ossia quasi 2000 mld di lire, ogni anno! Tanto ci è costata la perdita per colpa vostra dell’autonomia politica e finanziaria.

 

Lo capisce, Mancini, che se dà tutto il potere a Profumo vedremo evaporare anche quel poco che è rimasto?  Ci ripensi perché lei, insieme ai suoi sodali, già sarà ricordato come l’azzeratore della Banca, della Fondazione e della Città. Già avete ottenuto il risultato di consentire a Firenze, dopo mille anni che ci provava, di diventare finalmente l’unica capitale della Toscana e di confinare il Comune di Siena in provincia di Grosseto. I Senesi sono stati intontiti in questi 17 anni di vostra dittatura, ma non hanno perso l’uso della memoria: se lo ricorderanno.

 

Per quello che mi riguarda personalmente, se oggi approva le proposte che stiamo valutando, non avrò pace finché non saranno chiarite le responsabilità morali e materiali, e se necessario anche quelle penali, di ciò che è avvenuto, e finché il nome di voi tutti resti storicamente legato alla definitiva rovina del sogno senese, dopo mille anni di storia gloriosa.”

 

One Comment

  1. Mauro Poggi ha detto:

    Peccato non essere stato presenti al Cda ed essermi perso l’espressione del management mentre Mauro Aurigi leggeva il suo intervento. Aspetto quello del 25/1.

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