La valuta a cambio flessibile per risollevare l’Economia

sabato, dicembre 15, 2012

Come al solito scrivo le mie comprensioni di quello che studio, cercando di aiutare chi si vuole avvicinare ai temi, anche se consiglio lo studio diretto dalla fonte.

Il sabato 15 dicembre 2012 ore 17.30  c’è  la presentazione del libro “Il Tramonto dell’Euro” , alla sala Buozzi  – Camera del lavoro di Milano – C.so di Porta Vittoria 43 , in cui ovviamente saremo presenti.

Estraendo frammenti di quello che ho fatto mio del libro il “Tramonto dell’Euro” di Alberto Bagnai, ho cercato di fare un riassunto frammentario di quasi tutta la parte relativa al capitolo “Cambio Fisso, cambio flessibile, moneta unica” ( da Pag. 45 a 76 ).

Farò degli altri post delle altri parti del libro che mi hanno colpito per analizzare come è stata ingegnerizzata la truffa Europea.

Come al solito aggiungo mie integrazioni, anche se in questo prima elaborato non ce ne sono quasi, visto lo spessore e la ricchezza di questo libro.

Dato che con l’unione monetaria dell’Euro non esiste più il cambio flessibile delle valute tra Paesi che hanno rapporti di scambio di beni e servizi, è importante studiare la funzione vitale del cambio flessibile.

Il tasso di cambio

Segue la domanda e l’offerta.

La valuta di un Paese viene domandata quando un Paese esporta merci o importa capitali o quando i fattori della produzione (capitale e lavoro) residenti vengono remunerati per servizi svolti all’estero.

Viceversa quando un Paese importa merci o servizi o esporta capitali offre la propria valuta.

bilancia dei pagamenti

partite correnti

Saldo tra importazioni ed esportazioni di beni.

Se il saldo delle partite correnti e’ in positivo , il Paese può diventare esportatore netto di capitali , accumulando crediti o rimborsando debiti.

Il conto finanziario indica il bilancio tra capitali finanziari importati ed esportati.

Se un Paese e’ in surplus nelle partite correnti, ha il conto finanziario che e’ in negativo, e quindi il resto del mondo e’ in deficit rispetto a quel Paese.

Quando le partite correnti sono in deficit per anni, come per l’Italia dal 2001,vuol dire che. quel Paese dipende da resto del Mondo.

Ma anche un Paese che è strutturalmente in surplus per anni, significa che per anni altri Paesi sono in deficit perenne e questo ovviamente e’ un problema.

Addirittura l’FMI può dichiarare la valuta scarsa di un Paese perennemente in surplus ed indicare agli altri Stati di limitare gli scambi con quel Paese.

I saldi settoriali

I saldi settoriali ci permettono di vedere se I debiti o I crediti sono pubblici o privati, cosa che non vediamo dalla bilancia dei pagamenti che non differenzia privato e pubblico.

I saldi settoriali hanno il saldo estero, quello pubblico e quello privato. Quando lo Stato spende , cioè fa deficit, quella spesa è guadagno per altri, di solito nel settore privato che quindi accumula surplus. Lo Stato diminuisce il deficit aumentando le tasse, questo si frena anche le importazioni ma anche la domanda interna e quindi porta in deficit il settore privato.

I capitali esteri quando vengono ad investire in Italia, come dice la parola “investire¨ , si aspettano di avere un ritorno maggiore di quanto hanno speso, quindi usciranno capitali corrispondenti a quelli entrati piú gli interessi od il profitto, quindi il saldo sarà in negativo, usciranno più soldi di quanti sono entrati.

Tra l’altro vendere aziende che danno profitti oltre ad essere un debito verso l’estero, in quanto compreranno sapendo di guadagnare più di quanto spendono, è togliere surplus al nostro Paese , aumentando esponenzialmente l’esposizione al debito che quindi aumenterà la  sua crescita.

Non stiamo dicendo che qualsiasi forma di debito è un male, ma stiamo sottolineando che queste operazioni producono altro debito, invece che farlo diminuire.

I luogocomunisti dicono “piuttosto che chiudere un’azienda è meglio che sia acquistata dall’estero”, per lo meno i lavoratori spenderanno nel territorio i propri redditi, e questo è ero, ma perché abbiamo bisogno degli imprenditori esteri? Se abbiamo bisogno di risparmio estero significa che nel Paese non ce ne è abbastanza e visto che da molti anni non stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi, ma al contrario il potere di acquisto del reddito e’ calato vertiginosamente ( con l’euro) ed è questa la causa che non c’è abbastanza risparmio ed abbiamo bisogno di risparmi esteri. Gli investimenti esteri possono essere uno stimolo di crescita per un Paese arretrato, nel nostro Paese invece sono svendite di marchi e tecnologie e quindi non sono buoni affari.

L’Italia non ha una politica industriale be definita ormai da decenni le cui cause sono anche l’ingerenza di altri Paesi dominanti nelle nostre politiche nazionali. Non c’è alcuna lungimiranza a riguardo la nostra politica economica, mentre altri Paesi ce l’hanno e con forza cercano di farla valere nelle decisioni a Bruxelles.

La vendita dei “gioielli di famiglia” sostituisce ad una passività (il debito pubblico) un’altra passività (investimento diretto estero passivo) , potenzialmente più costosa per i redditi da corrispondere all’estero.

Il cambio flessibile tra le valute di Paesi con economie differenti

Quando un Paese esporta molto, viene richiesta molta della sua valuta, questo aumento della domanda della valuta fa aumentare il valore di quella moneta che si rivaluta rispetto alla altre valute, le conseguenze sono: acquistare i prodotti del Paese che ha una moneta rivalutata ( forte) costa maggiormente e quindi diminuisco le esportazioni e contemporaneamente diventa più conveniente importare beni e servizi perché le altre monete risultano di conseguenza svalutate, altri soggetti esteri riterranno un investimento sicuro comperare titoli del Paese la cui moneta cresce di valore e questo farà importare capitali. Quindi il cambio flessibile grazie al rapporto di domanda e offerta della valuta riequilibra la bilancia commerciale tra i vari Paesi ad economie differenti.

Come mai la Svizzera sta frenando la fuga di capitali verso di essa?

La grande richiesta del Franco Svizzero, per correre ai ripari dello scoppio dell’Euro, ha fatto aumentare di valore di esso ( il 32% negli ultimi 4 anni) e quindi i prodotti svizzeri diventano sempre più costosi per gli altri Paesi e contemporaneamente diventa sempre più conveniente per gli svizzeri importare beni, e questo sta spostando la bilancia commerciale svizzera verso la passività.

I cittadini di un Paese in surplus in cui la propria valuta si è rivalutata, non stanno necessariamente peggio,comprano più prodotti esteri e meno prodotti locali e questo riequilibra la bilancia commerciale. I cittadini di un Paese in deficit la propria valuta si svaluta è quindi compreranno più prodotti locali che costano meno degli esteri e meno prodotti esteri che costeranno di più.

I sostenitori delle valute forti devono riconoscere che le valute aumentano di valore rispetto ad altre valute che si svalutano rispetto a quella forte e questo processo sta bene da una parte e dall’altra.

La favola della svalutazione uguale inflazione

Quando una moneta si svaluta rispetto ad un’altra ( e l’altra si rivaluta), l’acquistare i beni e servizi dal Paese con la moneta rivalutata costa maggiormente, per questo aumenta la produzione interna e diminuiscono le importazioni. L’Italia importa alcune cose che al momento non produce totalmente localmente, in particolare l’energia, (non dimentichiamo però che ha multinazionali in vari parti del Mondo che riescono producono energia anche per l’Italia ,in altri Paesi come la Snam , l’ Eni e l’Enel ) e quindi se la svalutazione della moneta italiana fosse rispetto a quei Paesi da cui importiamo o importeremmo energia inciderebbe sui costi di produzione interni. Si in parte inciderebbe, ma per esempio sarebbe sufficiente per lo Stato diminuire leggermente le accise sul carburante per mantenere il prezzo della benzina costante. Per esempio dal fallimento del precedente esperimento di rigidità di cambio ( SME) l’Italia svalutò nell’arco del primo anno di circa il 20%, le esportazioni ripresero , la domanda interna anche e l’inflazione arrivò ad un picco massimo del 5% e poi calò. La relazione tra svalutazione e inflazione non è uno a uno.

La massima svalutazione fu nel 1976 quando l’Italia svalutò del 21% per difendersi dallo schock dell’oil pick, lo stesso fece la Gran Bretagna con una svalutazione del 19% e la Francia dell’11%.

I movimenti del cambio riflettono in modo duraturo sul rapporto tra prezzi interni e prezzi esterni, non sono annullati dall’inflazione ( o deflazione) interna e influenzano la competitività delle merci nazionali. Con l’uscita dallo SME l’Italia svaluta dal 1992 al 1995 del 24% reali (27% nominali) e il saldo estero migliora del 5%.

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