Dal crollo attuale al Mondo a cui aspiriamo…

Il consolidamento di un impero mondiale, che tenderà a omogeneizzare l’economia, il Diritto, le comunicazioni, i valori, la lingua, gli usi e i costumi, è altamente probabile. Un impero mondiale, manovrato dal capitale finanziario internazionale, che non si preoccuperà neanche delle popolazioni che vivranno nei suoi centri di decisione. Ed in una situazione bloccata come questa, il processo di decomposizione del tessuto sociale continuerà. Le organizzazioni politiche e sociali, l’amministrazione dello Stato, tutto sarà occupato da tecnocrati al servizio di un mostruoso Parastato, che tenderà a disciplinare le popolazioni con misure sempre più coercitive parallelamente alla decomposizione del tessuto sociale. Il pensiero perderà la capacità di astrazione che verrà rimpiazzata da una forma di funzionamento analitico “passo dopo passo” sempre più conforme al modello informatico. Si perderanno le nozioni di processo e di struttura per cui la produzione intellettuale si ridurrà a semplici studi di linguistica e analisi formale. La moda, il linguaggio e gli stili sociali, la musica, l’architettura, le arti plastiche e la letteratura subiranno anch’essi un processo di  destrutturazione; parallelamente la miscela di stili in tutti i campi passerà ad essere considerata un grande progresso proprio come è successo a tutti gli eccletismi che sono apparsi nelle epoche di decadenza imperiale. Ma proprio allora l’antica speranza di uniformare tutto nelle mani di un solo potere svanirà per sempre. In quella notte della ragione, in quella stanchezza  della civiltà, avranno campo libero i fanatismi di ogni genere,  la negazione della vita,  il culto del suicidio,  il fondamentalismo nudo e crudo. Non ci sarà più scienza né grandi rivoluzioni del pensiero… solo tecnologia che oramai verrà chiamata “Scienza”. Risorgeranno i localismi e le lotte etniche ed i popoli dimenticati si riverseranno sui centri di decisione come un uragano dal quale le megalopoli, un tempo sovraffollate, usciranno disabitate. Continue guerre civili scuoteranno questo povero pianeta nel quale non vorremmo vivere. In fondo,  questa parte del racconto la si ritrova nella storia di numerose civiltà che in un certo momento credettero di poter progredire all’infinito. Tutte finirono per scomparire. Per fortuna, però, quando alcune caddero, nuovi impulsi umani sorsero  in altri luoghi del pianeta;  ed è proprio in questo avvicendarsi delle civiltà che si sviluppa il processo di superamento del vecchio da parte del nuovo. E’ chiaro però che in un sistema mondiale chiuso non c’è posto per il sorgere di un’altra civiltà ma solo per un lungo ed oscuro medioevo mondiale.
Se quanto viene affermato nelle Lettere sulla base del modello descritto è del tutto sbagliato, non ci sarà di che preoccuparsi. Se, invece, il processo meccanico delle strutture storiche va nella direzione indicata, è tempo  di chiedersi in che modo gli esseri umani potranno cambiare la direzione degli avvenimenti.  Ma, d’altra parte, chi potrà determinare un cambiamento di direzione tanto formidabile se non i popoli, che sono appunto  il soggetto della storia? Ma abbiamo raggiunto un livello di maturità sufficiente per comprendere che, già da ora, non ci sarà progresso se esso non sarà di tutti e per tutti? E’ questa la seconda ipotesi che si esamina nelle Lettere.
Se nei popoli prenderà corpo l’idea che  (è bene ripeterlo) non ci sarà progresso se esso non sarà di tutti e per tutti, allora sarà possibile fare una precisa scelta di campo.

Nell’ultimo stadio del processo di destrutturazione, venti nuovi cominceranno a soffiare nella base sociale. Nei quartieri periferici, nelle comunità di vicini, nei luoghi di lavoro più umili, il tessuto sociale comincerà a rigenerarsi. Si tratterà di un fenomeno apparentemente spontaneo che si  svilupperà  parallelamente al crescere di molteplici raggruppamenti di base formati da lavoratori resisi indipendenti dalla tutela dei vertici sindacali.

Appariranno numerosi nuclei politici, privi di organizzazione centrale, che lotteranno contro le organizzazioni politiche verticistiche. Ogni fabbrica, ogni ufficio, ogni impresa diventerà teatro di discussioni. Partendo dalle rivendicazioni più immediate si arriverà a prendere coscienza della situazione più generale: si comprenderà che il lavoro ha un valore umano maggiore del capitale ed al momento di decidere sulle priorità, il rischio a cui è esposto il lavoratore apparirà più importante di quello a cui è esposto il capitale. Si arriverà facilmente alla conclusione che i guadagni d’impresa dovranno essere reinvestiti nella creazione di nuove fonti di lavoro od impiegati in altri settori per aumentarne la produttività, invece di riversarsi in operazioni speculative che determinano un aumento del capitale finanziario, lo svuotamento delle imprese ed il conseguente fallimento dell’apparato produttivo. Anche l’imprenditore prenderà a poco a poco coscienza di essere diventato un semplice impiegato della banca ed avvertirà che, in una situazione di emergenza come quella, il suo alleato naturale è il lavoratore.

Ci sarà nuovo fermento sociale e si scatenerà così la lotta franca ed aperta tra il capitale speculativo, con il suo chiaro carattere di forza astratta ed inumana, e le forze del lavoro, autentica leva della trasformazione del mondo. A poco a poco si arriverà a comprendere che il progresso non dipende dal debito contratto con le banche e che la funzione delle banche deve essere quella di concedere crediti all’impresa senza oneri di interesse. Risulterà anche chiaro che non ci sarà altro modo di invertire il processo di concentrazione che porta al collasso se non mediante una redistribuzione della ricchezza a favore delle aree arretrate.

La Democrazia reale, plebiscitaria e diretta, diventerà una necessità nel momento in cui si vorrà uscire dalla situazione di agonia determinata dalla non partecipazione alla politica e dalla minaccia costante di disordini popolari. I poteri saranno riformati perché a quel punto la struttura della democrazia formale, dipendente dal capitale finanziario, avrà perso ogni credito ed ogni significato.

Senza dubbio questo secondo scenario di crisi si presenterà dopo un periodo di incubazione, durante il quale i problemi si faranno più acuti. Avrà allora inizio un processo fatto di passi avanti e passi indietro, in cui ogni successo, grazie alle comunicazioni istantanee, assumerà il valore di un effetto-dimostrazione che tenderà a riprodursi, per emulazione, fin nei luoghi più remoti. Non si tratterà affatto di un processo di conquista degli Stati nazionali ma di un moltiplicarsi, nell’intero scenario mondiale, di fenomeni sociali del tipo descritto, che prefigureranno un cambiamento radicale nella direzione degli avvenimenti. Se prenderà questa linea di sviluppo il processo storico non terminerà meccanicamente in un   collasso, come tante volte è avvenuto; saranno invece i popoli, con la loro la volontà di cambiamento, con la loro volontà di prendere una nuova direzione, ad incamminarsi sulla strada che porta alla creazione della nazione umana universale.
E’ a questa seconda possibilità, è a questa alternativa che puntano gli umanisti di oggi: hanno troppa fede nell’essere umano per credere che tutto finirà in modo stupido. E anche se  non si sentono l’avanguardia del processo di sviluppo dell’umanità, sono pronti ad impegnarsi in questo compito in misura proporzionale alle loro forze e nei luoghi in cui si trovano a vivere.

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